Per quanto ancora abuseranno della nostra pazienza?

di Giuseppe Di Francesco, presidente di Fairtrade Italia

Pasqua è passata da un po’, ma se in frigo mi cade lo sguardo sugli ultimi pezzi rimasti delle uova di cioccolato, il pensiero mi porta molto lontano.

Per noi che seguiamo le vicende dei coltivatori di cacao, sono giornate amare. Quando, con l’inizio del mese di aprile, è arrivata la notizia del crollo del prezzo per le origini da Ghana e Costa d’Avorio, un misto tra rabbia e sconforto mi ha attraversato. Quante ombre dietro un prodotto che all’apparenza è così invitante.

La situazione è complessa. In tutti i Paesi dell’Africa occidentale la maggior parte delle vendite di cacao avviene nel periodo da ottobre a marzo, in occasione della raccolta principale; vi è poi una raccolta “minore” tra aprile e settembre. Ghana e Costa d’Avorio sono i principali produttori al mondo e da soli sono responsabili del 60% della produzione globale. Proprio in virtù di questo fatto, ogni sei mesi in corrispondenza del “nuovo” raccolto i governi dei paesi impongono dei prezzi calmierati per il cacao, che dovrebbero andare a tutelare i propri contadini dalle speculazioni dei grossi acquirenti internazionali. I dati però mostrano che in realtà i coltivatori di cacao sono tra i lavoratori più poveri al mondo e in molti casi vivono al di sotto della soglia di povertà, mentre il settore si sostiene su pratiche illegali e genera gravissimi danni alle foreste.

Lo scorso autunno avevamo assistito ad una svolta storica: per la prima volta i due governi avevano cercato di fare la voce grossa, introducendo un Differenziale di prezzo (Living Income Differential, LID), pari a 400$ per tonnellata di cacao. Il Differenziale doveva andare ad integrare il prezzo governativo, e rappresentava un passo in avanti nel miglioramento del reddito dei produttori. Si è trattato in sostanza di un primo ufficiale riconoscimento del fatto che i prezzi internazionali del cacao erano troppo bassi.

All’epoca avevamo accolto con grande entusiasmo la notizia: a Fairtrade siamo convinti che aumentare il reddito dei contadini sia l’unica strada per risolvere le problematiche endemiche del settore, come la povertà, lo sfruttamento del lavoro, il lavoro minorile, la deforestazione. Ne siamo così convinti che già da nei mesi precedenti avevamo aumentato il prezzo minimo del cacao Fairtrade del 20%.

Ora, quello che si è di fatto verificato a seguito dell’inserimento del LID è stato un calo degli ordini a tutti gli effetti. Alcuni attribuiscono la situazione alla contingenza generata dalla pandemia, mentre secondo altre fonti negli scorsi mesi i buyer, come tutta risposta all’aumento dei costi della materia prima, hanno ridotto i quantitativi di merce stoccata oppure hanno cercato il cacao da altre origini.

E così per la raccolta che sta iniziando in questi giorni i governi di Costa d’Avorio e Ghana hanno abbassato del 25 per cento il prezzo “farm gate”, cioè quello che viene pagato dai trader alle organizzazioni. Si sono dovuti piegare di fronte alle contingenze, nella speranza di assicurare comunque le vendite ai loro produttori. Non c’è nemmeno bisogno di dire che a perderci, in tutta la faccenda, saranno solo i contadini, l’ultimo anello della filiera.

Per quello che riguarda le cooperative Fairtrade, la rete di salvataggio del Prezzo Minimo assicurata dalla certificazione entrerà in azione. Ciò significa che i contadini guadagneranno 2.400 $ per tonnellata, cioè circa il 13 per cento in più del prezzo governativo più il LID, per un totale di 318 $ per tonnellata. Inoltre continueranno a ricevere in aggiunta il Premio Fairtrade di 240 $ per tonnellata, per investire nelle organizzazioni e nella comunità.

Fairtrade ha anche stabilito dei valori di riferimento per un reddito dignitoso più alti del Prezzo Minimo, che alcune aziende si stanno impegnando volontariamente a corrispondere, e in partnership con le stesse aziende sta lavorando per migliorare le condizioni di vita dei contadini e di sostenibilità all’interno delle filiere.

Ma in tutto questo, cosa possiamo fare noi come consumatori e come organizzazioni che si battono per i diritti umani? Sicuramente una strada è quella di continuare a fare pressioni sulle istituzioni europee, come stiamo già facendo, affinché una volta per tutte le istanze delle organizzazioni di agricoltori vengano prese in considerazione. Basti pensare che l’Europa da sola è il più grande importatore di cacao al mondo: circa il 60% del cacao coltivato globalmente arriva proprio nel nostro continente.

In questi mesi la Commissione Europea sta interloquendo con gli stakeholder del settore del cacao per inserire nelle iniziative in corso il tema della sostenibilità, in particolare nelle discussioni sulla due diligence (HRDD) e sulla deforestazione: entro il 2021 dovrebbero arrivare le prime proposte della Commissione su questi temi.

Una due diligence (HRDD) nel settore del cacao che obblighi le aziende importatrici a rispettare impegnativi criteri di approvvigionamento rispettosi dei lavoratori, dal primo all’ultimo, lungo le filiere sarebbe un primo, cruciale traguardo. Se guadagnare abbastanza per vivere non è un diritto umano, allora chiediamoci che cosa lo sia.

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