Chi pagherà per mettere fine al lavoro minorile in Africa Occidentale?

di Dario Soto Abril, CEO di Fairtrade International

 

Il 60% del cacao consumato al mondo viene coltivato in Ghana e Costa d’Avorio. Ma dietro la sua produzione si nasconde l’ombra del lavoro minorile. Questa è l’amara verità su cui si fonda l’industria del cacao – e da cui arriva un forte monito alla realtà delle cose per Fairtrade, che si sforza di cambiare il modo in cui avvengono le trattative commerciali a livello globale.

Fave di cacao

Negli scorsi giorni il National Opinion Research Center (NORC) dell’Università di Chicago, nel quadro del protocollo Harkin-Engel e su commissione del Dipartimento del Lavoro USA, ha diffuso i risultati di uno studio in merito. Secondo il rapporto, più di 1,48 milioni di bambini è coinvolto in forme pericolose di lavoro minorile in Ghana e Costa d’Avorio. Fairtrade stima che il dato sia leggermente più alto, se si considera anche l’età minima, il lavoro in condizioni di pericolo e le peggiori forme di lavoro minorile senza il rispetto di qualsiasi regola.

Al di là delle differenze nel calcolo, i numeri sono scioccanti, specie se pensiamo che il protocollo statunitense Harkin-Engel è stato siglato 19 anni fa. Purtroppo però non ci stupiscono. Dal 2009, Fairtrade è impegnata ad affrontare la situazione – e non solo nel settore del cacao. Per questo il Dipartimento del Lavoro USA, che ha finanziato lo studio, ha invitato Fairtrade International ad esprimere il proprio parere sul tema. Abbiamo partecipato di buon grado, anche attraverso interviste con Fairtrade Africa. La nostra esperienza riguarda proprio i produttori certificati di cacao, con cui negli anni abbiamo iniziato diversi programmi, identificato le cause all’origine del fenomeno, imparato dalle difficoltà incontrate, e perfezionato il nostro approccio, sempre alla ricerca di soluzioni quanto più possibile inclusive e sostenibili.

Quello che ne abbiamo ricavato è che non c’è un’unica causa alla base del ricorso al lavoro minorile nel settore del cacao – si tratta piuttosto di ragioni molteplici, complesse e interdipendenti tra loro. La povertà, i salari bassi, la mancanza di manodopera, le misere condizioni di lavoro, lo scarso coinvolgimento dei governi, la mancanza di opportunità di istruzione alternativa, la condizione precaria delle scuole, lo sfruttamento e la discriminazione, l’instabilità politica e i conflitti – e ora anche le conseguenze di COVID-19. Tutto contribuisce al ricorso alla manodopera infantile e dei minori in Africa Occidentale nella produzione del cacao.

La povertà e la discriminazione in particolare restano motivi di forte spinta per i bambini al lavoro, e in contesti a rischio. I contadini, intrappolati in spirali di povertà, non possono permettersi di investire in metodi di coltivazione più efficienti per migliorare il loro reddito e, alla fine, fanno ricorso al lavoro minorile, più economico. D’altra parte, laddove i diritti dei bambini non sono tutelati, si ricorre di più a loro come fonte di manodopera.

Prduttrice di cacao sta per rompere la cabossa, ECAKOOG, Costa d’Avorio

Lo studio NORC conclude che per allontanare definitivamente i bambini dalle forme di lavoro pericolose e portarli nelle scuole o in progetti destinati ai giovani, è necessario un insieme di iniziative e di interventi. Condividiamo appieno questo punto, che è la ragione per la quale il Premio Fairtrade garantito dalla certificazione è così importante: i produttori possono scegliere di rispondere alle esigenze cui devono far fronte le comunità, tra cui la costruzione di scuole, che rendono più facile e sicuro per i bambini ricevere un’istruzione di qualità.

Nel 2019 abbiamo alzato sia il Prezzo Minimo Fairtrade che il Premio Fairtrade del 20% per portare i guadagni dei produttori agricoli più vicini ai valori di un reddito dignitoso. Abbiamo siglato un Sistema di valutazione e soluzione basato sull’inclusione dei giovani (YICBMR), divenuto un progetto pilota in diversi paesi e che ha coinvolto diverse filiere nel mondo. Nei progetti pilota in Africa occidentale, i produttori di cacao hanno identificato alcuni casi tra le peggiori forme di lavoro minorile, che Fairtrade ha riportato ai dipartimenti nazionali per la protezione dei governi di Ghana e Costa d’avorio, in linea con la nostra policy per la protezione dei minori.


Quello che sta diventando sempre più chiaro è che le certificazioni volontarie non sono abbastanza. È necessario uno sforzo da parte di tutti gli attori della filiera.


Il principale impedimento identificato da NORC per implementare e aumentare gli interventi sono i costi. I produttori e le loro comunità vivono nella povertà. Semplicemente non è realistico – e nemmeno equo – aspettarsi che siano loro a coprire tutte le spese per sistemi di monitoraggio e per azioni di rimedio al lavoro minorile, specie quando non hanno risorse sufficienti per coprire neanche i loro bisogni primari.


Chi sarà allora a pagare per metter fine al lavoro minorile? La responsabilità condivisa è l’unica strada.

 

Le certificazioni volontarie giocano un ruolo cruciale nell’alzare l’asticella sulle aspettative, nell’identificare e poi implementare programmi di lavoro che rispondano alle esigenze di responsabilità dei partner commerciali e dei produttori, integrando con requisiti legali, e fornendo un fondamentale supporto alla base.

Tuttavia, tutti gli attori della filiera, da chi formula le regole a cui le aziende rispondono, fino ai consumatori che amano gustarsi il piacere di una barretta di cioccolato, devono prendere l’iniziativa:


– I governi del nord globale devono supportare e finanziare i governi dell’Africa occidentale nel coordinamento, nell’implementazione e nel miglioramento di sistemi di monitoraggio e di azioni di rimedio sul lavoro minorile e progetti collegati. I governi dell’Africa Occidentale dovrebbero continuare a revisionare ed aggiornare i prezzi minimi per i salari dei lavoratori del cacao.

– I governi dei paesi di consumo, insieme ai governi dei paesi produttori, le organizzazioni dei produttori e i loro membri, il settore industriale più in generale e la società civile dovrebbero definire una regolamentazione per una due diligence sui diritti umani e ambientali per tutte le imprese che vendono prodotti contenenti cacao

– I produttori agricoli devono implementare monitoraggi e azioni di rimedio al lavoro minorile che coinvolgano la comunità, individuando come obiettivo per i bambini sottratti al lavoro minorile soluzioni in sicurezza di lungo periodo.

– Le aziende devono agire in modo costruttivo, pagando lavoratori e contadini più equamente e impegnandosi ad identificare gli abusi sui diritti umani nelle loro filiere e porvi fine.

– Le organizzazioni della società civile devono continuare a tenere alta l’attenzione sul tema e avviare dei progetti pilota efficaci per la generazione di un reddito alternativo per e con i giovani, per mitigare l’impatto della sottrazione al lavoro minorile.

– I consumatori devono obbligare brand e retailer a dare risposte chiare rispetto a questi temi, e chiedere ai governi regolamentazione e una due diligence sui diritti ambientali e dell’uomo. I consumatori devono comprare prodotti che corrispondono ai loro valori: ovvero che assicurano ai produttori un reddito stabile che permette loro di pianificare il loro futuro e di decidere quali sono gli investimenti più appropriati per le loro comunità e per le loro aziende agricole.

 

Non possiamo aspettare altri 20 anni prima che un commercio più equo diventi la norma, anziché l’eccezione.

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