Un cambio di stagione sostenibile

Se c’è una certezza, nel mondo inimmaginabile che ci troviamo a vivere, è che la primavera è tornata. E con lei la voglia di indossare vestitini e sandali. Certo è un gran peccato non poterli sfoggiare in giro, ma sono fiduciosa che tra qualche settimana potremo tornare di persona in ufficio o a prendere un gelato. Perciò lo scorso weekend mi sono lanciata nell’operazione “cambio stagione”.
Ho passato uno a uno i capi del guardaroba, e ho pensato che avrei potuto approfittare dell’occasione per comprare (online naturalmente) qualcosa di nuovo, in fondo oggi si trovano facilmente capi alla moda a pochi soldi. Ma ho cambiato idea: con già due armadi pieni di vestiti, non mi basta quello che già ho?
Da qualche mese ho imparato a comprare meno e meglio. Ho fatto qualche ricerca e ho capito che la fast fashion – la moda a basso prezzo delle catene globali – è un finto risparmio. Il prezzo alto, che non paghiamo noi, lo pagano altri: di solito i lavoratori e le lavoratrici della filiera, e l’ambiente. Ecco cos’ho scoperto.

Tessuti economici

La materia prima incide dal 25 al 50% sui costi di produzione. Perciò, per produrre a costi inferiori è necessario scegliere tessuti più economici. Cotone o lana vengono mescolati col più economico poliestere per abbassare il costo finale del prodotto senza far percepire al consumatore che la fibra di cui è composto il suo abito è di bassa qualità. Inoltre è necessario risparmiare sulla quantità di tessuto: la stoffa è sottile, gli orli sono corti o inesistenti, le cuciture sono tagliate a raso.
Le conseguenze di queste scelte le vediamo subito: i capi si bucano, si strappano, cedono o si sgualciscono dopo pochi lavaggi. Indossiamo la nostra maglietta due volte e poi la buttiamo, trasformandola in un rifiuto impossibile da riciclare perché misto. Inoltre il poliestere in lavatrice rilascia microplastiche che inquinano le acque. Ho quindi iniziato a scegliere tessuti naturali, fibre vegetali in grado di resistere al tempo e ai lavaggi, e a fine vita biodegradabili come cotone, lana, seta, lino, canapa o alcuni nuovi prodotti come il tencel e il modal. Hanno anche un notevole vantaggio ambientale e… sociale! Sono molto più traspiranti e non puzzano, posso indossarli per più giorni e lavarli meno spesso. Questo è vero risparmio.

La manodopera

Per quanto la produzione dell’abbigliamento sia industrializzata, molte fasi non possono essere automatizzate: servono migliaia di persone per confezionare i nostri capi e la manodopera incide per circa un terzo sul costo finale del prodotto. Non è difficile immaginare che un prezzo basso al consumatore implichi paghe bassissime ai lavoratori e condizioni di lavoro inadeguate.
Nelle scorse settimane sono usciti diversi articoli sulla crisi della filiera tessile dovuta alla pandemia, e a farne le spese sono soprattutto le lavoratrici dei paesi asiatici che più dipendono da questo settore, come il Bangladesh e l’India. Ma anche prima del Coronavirus le cose non andavano bene. Uno studio del CGWR (Center for Global Workers’ Rights), pubblicato a fine 2019, è giunto a conclusioni molto preoccupanti: negli ultimi 10 anni il prezzo pagato all’ingrosso per i prodotti tessili è crollato del 40%, si sono accorciati i tempi medi di consegna e allungati i tempi di pagamento. Il 96% delle lavoratrici indiane conferma di non riuscire ad arrivare a fine mese; gli straordinari sono di solito obbligatori e pagati come orario di lavoro normale e non al 200% come prevede la legge indiana; l’intensità del lavoro è tale che nel settore non si parla di “target di produzione”, ma “tortura di produzione”.

Loocust Apparel Export PVT, India. © Fairtrade Foundation

A questo si aggiunge che le fabbriche sono strutturalmente vecchie e pericolanti, rese ancora più instabili dalle costanti vibrazioni delle macchine da cucire, gli ampliamenti non sono fatti a norma di legge, non ci sono uscite di emergenza e sistemi anti-incendio. Non è un caso se il movimento Fashion Revolution celebra la propria giornata annuale il 24 aprile, anniversario del disastro del Rana Plaza, crollato proprio quel giorno nel 2013.
Volendo fare una scelta etica, su cosa potrei basarmi? La filiera tessile è molto, molto complicata. Ci sono tantissimi passaggi, fornitori e sub-fornitori, e sub-sub-fornitori. Controllare che in ogni passaggio della lavorazione le persone impiegate siano al sicuro, pagate adeguatamente, libere di associarsi in sindacato è estremamente complicato.
Molti brand vantano iniziative di controllo e garanzia nei confronti dei lavoratori, e il loro impegno alla trasparenza è lodevole. Tuttavia mi sento più sicura se posso contare su una certificazione terza.
La certificazione Fairtrade per il cotone, per esempio, prevede che ogni due anni ciascun attore della filiera (compresi i subappaltatori) dimostri il proprio impegno nel rispetto delle convenzioni ILO (l’agenzia dell’ONU per il lavoro) su ore di lavoro, libertà di organizzazione sindacale, equa remunerazione, abolizione del lavoro forzato, discriminazione, età minima dei lavoratori, sicurezza sul lavoro.
In più, Fairtrade ha messo a punto lo Standard e il Programma Fairtrade per il tessile con l’obiettivo di migliorare salari e condizioni dei lavoratori dell’industria. È uno standard impegnativo per le aziende perché oltre a rispettare i requisiti di base già elencati, devono arrivare a pagare un salario dignitoso ai dipendenti entro 6 anni dalla certificazione. Purtroppo non sono ancora molti i brand che lo hanno scelto, ma qualsiasi impegno delle aziende della moda in questa direzione è ben accetto.
Mezzo del mio cambio di stagione sostenibile è fatto. Non è ancora finita però; c’è un aspetto molto importante della fast fashion di cui non ho ancora parlato: l’impatto ambientale. Ho scoperto molte cose interessanti, ve le racconto in un altro post.
Giulia Camparsi, product manager Fairtrade Italia

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