Un cotone equo anche per l’ambiente

Prendi la prima t-shirt che trovi nel cassetto. Osservala bene: sai che probabilmente ha fatto il giro di mezzo mondo prima di arrivare nel tuo armadio? Spesso diciamo “metto una cosa semplice, dei jeans e una maglietta”, ma non ci rendiamo conto che la filiera del cotone è in realtà molto lunga e complessa, e nasconde moltissime sfide, sia dal punto di vista sociale che ambientale.

Sarabhai Dydabhai Charda e sua moglie Shantiben Sarabhai Charda sono coltivatori di cotone Fairtrade del distretto di Rapar in Gujarat, India. Sono soci della Rapar and Dhrangadhra Farmers Producer Company (RDFC). ©Sean Hawkey

Quando pensiamo a Fairtrade immaginiamo soprattutto persone: agricoltori che, nonostante le fatiche di un lavoro duro e pieno di incertezze, possono contare su maggiori entrate e sulla possibilità di realizzare i progetti delle loro comunità. Questo è giustissimo: i volti sollevati di questi agricoltori sono la nostra missione. Ma non è tutto: oltre agli aspetti economici e sociali, Fairtrade ha molto a cuore anche gli aspetti ambientali.

Una coltivazione poco sostenibile

Tra tutte le fibre il cotone viene spesso additato come non sostenibile proprio perché la coltivazione intensiva ha una grossa impronta ambientale: occupa il 2% delle terre coltivabili ma impiega il 6% dei pesticidi e il 16% degli insetticidi usati nel mondo ed è per coltivare il cotone che abbiamo prosciugato il lago d’Aral in Asia centrale. Il 75% della produzione è di origine OGM e viene da coltivazioni intensive monocoltura che impoveriscono il suolo e eliminano la biodiversità.

L’alternativa amica dell’ambiente

Eppure c’è un’alternativa: il cotone Fairtrade è irrigato principalmente mediante le piogge o tramite la raccolta delle acque piovane. Per non mettere a rischio le risorse idriche, di cui si servono anche le comunità, Fairtrade ha un regolamento molto stringente per lo stoccaggio e l’impiego di agrochimici, a tutela sia dell’ambiente che della salute dei lavoratori. Inoltre, vi è una lista in continuo aggiornamento sulle sostanze proibite, tra cui il glifosato che deve essere escluso dalle coltivazioni Fairtrade entro il 2022.

Fairtrade non accetta la coltivazione da sementi OGM e promuove buone pratiche agricole come la lotta integrata e la produzione e l’impiego del compost come fertilizzante, così il suolo rimane ricco di sostanze nutrienti e non serve integrarlo con elementi di sintesi. Viene anche promossa la diversificazione delle delle colture con l’affiancamento di prodotti agricoli alimentari: in questo modo si mantiene la biodiversità e si garantisce sicurezza alimentare ai produttori. 

Una t-shirt certificata Fairtrade © Christoph Köstlin

Infine, Fairtrade richiede agli agricoltori di tutelare le aree naturali con vegetazione vergine o protetta: non è possibile disboscare foreste per piantare il cotone Fairtrade, ed è necessario mantenere la giusta distanza “cuscinetto” tra l’area coltivata e le aree naturali circostanti.

Ora puoi controllare l’etichetta della tua t-shirt: c’è il Marchio FAIRTRADE? Se sì, quel cotone non ha distrutto l’ambiente e ha sostenuto le comunità dei piccoli coltivatori in India: puoi indossarla con orgoglio!

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