8 Agosto 2019

Gilberto ha le mani grandi, callose e piene di nodi, mani di chi non si è mai risparmiato nella vita, che parlano di lavoro nei campi, di raccolto, di fatica. Contrastano con il fisico asciutto e agile con cui si muove lungo i filari dei suoi campi, campi di cacao.

Cacao ma non solo: in più di vent’anni, Gilberto ha fatto della sua proprietà un giardino, un parco naturale dove alle aree forestali si alternano le colture di cacao, di banane, di alberi da cui trae il legname che vende per assicurarsi un’altra fonte di guadagno.

Siamo nella foresta amazzonica, a nord del Perù, nella regione di San Martin con una piccola delegazione di operatori della comunicazione che, grazie al progetto Trade Fair Live Fair, abbiamo portato in Perù a scoprire come si lavora in una piantagione di cacao certificata Fairtrade. Gilberto Rodriguez è uno dei fondatori di Acopagro, Cooperativa agraria cacaotera, che ha sede a Juanjui, un grosso centro ai bordi della foresta. Qui, fino al 1998 imperava la coltura della coca: i contadini erano costretti a coltivarla e a venderla ai narcotrafficanti che poi finanziavano i gruppi terroristici. “La nostra società era completamente distrutta. I giovani non volevano studiare, buttavano via i soldi che guadagnavano dal commercio facile della coca. C’era un clima di violenza”. È da questa situazione di sofferenza che un piccolo gruppo di contadini, guidati da Gonzalo Rios, docente di economia all’Università di Tingo Maria, trova la forza per uscire da questa spirale. Un progetto delle Nazioni Unite avviato quell’anno permette a 27 contadini di piantare cacao al posto della coca. “Sono stati momenti difficili perché le piante diventano produttive dopo 5 anni e pochi erano disposti a rinunciare al guadagno facile di prima per un futuro incerto”. Ma Gilberto ci crede e così la cooperativa, dopo 22 anni, oggi può contare su 2100 soci in tutta la regione, piccoli produttori che coltivano una media di 3 ettari a testa per un’estensione complessiva di 5.000.

La scelta vincente del cacao biologico

Siamo a Ledoy, un piccolo villaggio vicino alla tenuta di Gilberto che produce, come è scritto in un cartello appeso nel magazzino, “Il cacao migliore del mondo”. Acopagro ha scelto di coltivare cacao biologico di diverse varietà che vende in Europa, negli Stati Uniti e in Canada. In Italia arriva ogni anno circa il 30% del raccolto che poi viene trasformato, nella maggior parte dei casi, per le marche private della grande distribuzione. La cooperativa paga ai soci il Prezzo minimo Fairtrade che è esposto fuori dal centro di raccolta dove arrivano i secchi di semi freschi che vengono raccolti dai soci e dove il cacao viene fatto fermentare ed essiccato. Da lì partirà per il magazzino centrale della cooperativa a Juanjui dove vengono prelevati campioni di semi provenienti da ciascun centro di raccolta perché vengano analizzati dal laboratorio locale. Un ulteriore controllo sul processo di fermentazione ed essiccazione consente così di soddisfare le richieste di un mercato molto esigente.

Raccolta del cacao nella comunità di Shepte

La forza del Premio

Visitiamo una scuola finanziata dal Premio Fairtrade grazie al quale si riconoscono borse di studio agli studenti più meritevoli e si aiutano le famiglie in difficoltà. Agli studenti la cooperativa cerca di trasmettere l’amore per la terra e il rispetto per l’ambiente in una zona in cui la coltivazione estensiva del riso sta cercando di soppiantare la foresta e dove si trovano ampie aree disboscate. Bruno Valderrama è uno degli agronomi impegnati nel progetto di riforestazione di Acopagro per proteggere l’ambiente e creare barriere naturali per evitare la contaminazione da pesticidi con cui vengono irrorate le altre colture: “Negli ultimi anni abbiamo piantato 2 milioni di alberi e questo ci ha consentito di mantenere stabile l’ecosistema locale”.

Nelle 40 comunità di soci di Acopagro però il Premio fa molto di più: finanzia le campagne di prevenzione sanitaria, la formazione degli agricoltori e dei gruppi per l’emancipazione delle donne e gli agronomi che offrono supporto ai produttori nelle tecniche di coltivazione, nel fronteggiare le malattie delle piante, nell’adattamento al cambiamento climatico. Per sopperire all’aumento della siccità nella zona, molti soci si stanno dotando di un impianto di irrigazione, ci racconta uno dei responsabili tecnici, Oscar Lopez: “Attraverso questo sistema alle piante arrivano anche microrganismi che le aiutano a fronteggiare le malattie. Prima le cabosse si avvizzivano sugli alberi, non facevano frutto e il raccolto veniva compromesso in modo irreparabile”. Anche questo progetto viene finanziato dalla cooperativa che concede prestiti ai soci a tassi agevolati e li sostiene anche nell’acquisto di macchinari e di attrezzature. “Cerchiamo di spingerli anche verso la differenziazione delle colture in modo che non dipendano eccessivamente dal cacao. Aderiamo a programmi di compravendita di crediti di carbonio (ndr: le aziende possono acquistare crediti di carbonio per compensare le proprie emissioni) e molti nostri produttori vendono legname certificato FSC per diverse produzioni”, spiega Valderrama.

Passeggiando nella proprietà di Gilberto, tra alberi secolari e isole di biodiversità si sente chiaramente che l’equilibrio della foresta si basa sul lavoro paziente e accurato dell’agricoltore. E che la produzione di un cacao di qualità è il risultato di un attento bilanciamento a cui concorrono diversi fattori, guidati dall’uomo: “Vorrei trasmettere ai ragazzi della mia terra l’importanza fondamentale dell’agricoltore, custode della natura e della biodiversità”.

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