18 Febbraio 2019

I pastori che versano il latte in strada, che preferiscono buttare via il frutto del loro lavoro piuttosto di svenderlo ad un prezzo che non copre i costi di produzione, ci ricordano molto i piccoli produttori del Sud America che l’estate scorsa hanno dichiarato di non voler vendere il loro raccolto quando il prezzo del caffè in borsa è sceso sotto il dollaro alla libbra”.

Mentre la trattativa tra il governo e i pastori sta continuando e sembra ancora lontana la risoluzione del problema (il governo ha presentato una proposta inferiore all’obiettivo di garantire un euro al litro, prezzo considerato sostenibile dagli allevatori) Giuseppe Di Francesco, presidente di Fairtrade Italia, commenta così i fatti degli ultimi giorni in Sardegna. E punta ancora il dito sul problema cruciale del prezzo giusto da riconoscere ai produttori agricoli, un problema ormai di portata globale e che non può essere sottovalutato. “Sia per il caffè come per tutti i prodotti del settore agroalimentare, non si può continuare a ignorare che la questione centrale sta nel prezzo, ovvero è necessario determinare un prezzo giusto che remuneri i costi di produzione e garantisca sostenibilità economica”.

Fairtrade Italia, che rappresenta nel nostro Paese il marchio di certificazione internazionale del commercio equo Fairtrade,  rilancia allora un modello che vale sia per gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo che per i contadini di quel Nord del mondo che fino a pochi anni fa si sentivano esonerati dal problema. “Come avviene nel sistema Fairtrade, è necessario riunire a uno stesso tavolo insieme i diversi portatori di interesse (rappresentanti dei produttori, dei trasformatori e della distribuzione) per individuare un prezzo equo che remuneri in modo giusto e sostenibile chi ci fornisce i frutti della terra”.

Fissare un prezzo minimo, al di sotto del quale l’azienda agricola non può sopravvivere e investire, è fondamentale non solo per il benessere di chi produce ma anche per garantire il consumatore. “Dietro un prezzo troppo basso, spesso si nascondono meccanismi di sfruttamento della manodopera o del produttore, come il caporalato. Al di sotto di un prezzo equo per il produttore può esserci inoltre poca attenzione alla qualità del prodotto”.

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