Filiere del caffè: la crisi degli agricoltori dietro il successo di un prodotto

1 ottobre 2018

Ogni giorno, nel mondo, si consumano più di 2 miliardi di tazze di caffè con un giro d’affari di 200 miliardi di dollari l’anno. In occasione della Giornata internazionale del caffè, Max Havelaar France e il collettivo Repenser les Fillieres pubblicano uno studio di BASIC (Bureau d’analyse sociétale pour une information citoyenne) che mette in discussione la sostenibilità della filiera del caffè, mettendo in luce i suoi malfunzionamenti, l’impatto delle alternative come il commercio equo e l’agricoltura bioogica ma anche le leve da attivare per garantire la sua sostenibilità nel tempo. Nel momento in cui questa bevanda conosce un rinnovato interesse da parte dei consumatori e un’esplosione del suo valore a livello mondiale, il prezzo internazionale sprofonda sotto il livello di un dollaro alla libbra al punto che alcuni produttori latino americani rifiutano di vendere la loro produzione. I ricavi dell’industria e dei marchi non smettono di crescere mentre quelli dei produttori si arrestano o diminuiscono. Sono loro a dover subire inoltre costi produttivi “nascosti”: cambiamento climatico, inquinamento, povertà.

Yirgacheffe Coffee Farmers Cooperative Union, Ethiopia – COPYRIGHT Fairtrade Deutschland

Uno studio per agire

Materia prima agricola tra le più scambiate a livello mondiale, il caffè fa vivere 25 milioni di famiglie di agricoltori, che per la maggior parte possiedono meno di 5 ettari. Ma in quali condizioni? Prezzi bassi pagati ai produttori, effetti del cambiamento climatico sui raccolti, mancanza di risorse per realizzare investimenti. In questi ultimi anni, le dichiarazioni di allarme da parte dei produttori si sono moltiplicate. Dalla fine degli anni ’80 e dalla chiusura dell’ultimo Accordo internazionale del caffè che regolava gli scambi a livello mondiale, i produttori hanno subito la volatilità dei prezzi determinati dai mercati finanziari. Guadagnano meno e non hanno la capacità di negoziare i termini di vendita del loro caffè nei confronti dei compratori, grandi marche multinazionali e distributori che concentrano il potere nelle loro mani.

I produttori, esclusi dai benefici che contribuiscono a generare

Dal 2003, il valore delle vendite del caffè in Francia è più che raddoppiato, in seguito allo sviluppo delle cialde e delle capsule. Questa evoluzione beneficia un settore sempre più concentrato nelle mani di pochi: le tre prime aziende del caffè in Francia rappresentano l’81% del mercato. Ma la parte che torna ai produttori è sempre più bassa. In 20 anni, torrefattori e distributori hanno ottenuto 1,2 miliari di euro in più all’anno, mentre i produttori e i commercianti hanno incrementato il proprio guadagno di soli 64 milioni di euro. La situazione è tanto più grave in quanto i costi di produzione sono aumentati mentre il prezzo mondiale è diminuito. A titolo di esempio, i produttori peruviani ed etiopi nel 2017 hanno guadagnato il 20% in meno dei 12 anni precedenti e sono molto al di sotto della soglia della povertà. Lerling Preza, vicepresidente della rete dei produttori latino americani del commercio equo (CLAC): “A questo livello di catena del valore, non dovrebbe esserci una crisi del prezzo! È chiaro che esistono modi per redistribuire meglio lungo la filiera. In più, le imprese non hanno mai parlato così tanto di sostenibilità. Ma nelle condizioni attuali, pagando meno di 1 dollaro a libbra di caffè, non si può parlare di sviluppo duraturo”. I produttori non prendono più del 10% del prezzo medio di vendita del caffè al consumatore finale. I margini ridotti che ricavano scoraggiano gli investimenti con conseguenti rendimenti bassi e scarsa qualità e che va a incidere sui prezzi che riescono a spuntare per il loro caffè. Senza mezzi sufficienti per mantenere i loro appezzamenti e talvolta anche solo per raccogliere tutto il loro caffè, costretti a debiti per soddisfare i loro bisogni di base, molti di loro si ritrovano dentro la “trappola della povertà“. In molte regioni, il mestiere di cafficoltore perde la sua attrattiva e le giovani generazioni se ne allontanano. Le famiglie che coltivano il caffè soffrono spesso di problemi di malnutrizione e di un tasso elevato di analfabetismo: il loro impoverimento alimenta i fenomeni della migrazione e del traffico di droga.

OCFCU – COPYRIGHT Max Havelaar Netherlands

Queste evoluzioni avvengono dentro un contesto di impatto crescente dei cambiamenti climatici sulla produzione del caffè, in particolare di arabica: i rendimenti e la qualità dei raccolti ne risentono periodicamente e comportano un aumento dei costi di produzione e un abbassamento del reddito dei produttori. L’insieme di impatto economico, sociale e ambientale pesa sulle economie dei paesi produttori: a titolo di esempio, nel 2017 in Perù e in Etiopia, dietro ogni dollaro generato dalle esportazioni di caffè ci sono tra gli 85 e i 90 centesimi di costi a carico di questi paesi e della loro popolazione (i cosiddetti costi sociali). La Colombia invece se la cava meglio grazie a una maggiore valorizzazione del caffè da esportazione.

Il commercio equo: uno strumento che funziona ma che non può rispondere da solo 

Il commercio equo appare come un modello alternativo più efficace per migliorare la sostenibilità della filiera e in primo luogo i redditi dei produttori grazie a un prezzo pagato più alto (+21% ad esempio in Perù). Lo studio dimostra che riduce i costi sociali con percentuali che variano dal 15 al 35% in rapporto al caffè convenzionale a seconda dei paesi. Il rafforzamento delle cooperative permette loro di acquisire più valore e aumenta le loro capacità di gestione e di organizzazione.

 

Ma la sua efficacia dipende soprattutto dai volumi di caffè venduti dalle cooperative a condizioni Fairtrade, spesso troppo bassi in rapporto alle vendite totali. (…). Secondo lo studio, il connubio tra marchio Fairtrade e agricoltura biologica genera i migliori risultati. La produzione agroforestale biologica delle organizzazioni dei produttori con la doppia certificazione, in particolare in Perù e in Colombia, appare come un modello di resilienza e di sostenibilità da approfondire anche per affrontare l’instabilità climatica.

La ripartizione della ricchezza lungo la filiera deve necessariamente passare per:

  1. La revisione delle politiche di remunerazione dei produttori da parte dei grandi gruppi che tengono in pugno la maggior parte del mercato;
  2. La costituzione di un osservatorio dei costi e dei margini di guadagno da parte dell’Organizzazione internazionale del caffè (ICO) e in cui la trasparenza diventi la condizione sine qua non per accedere a una migliore ripartizione della ricchezza. Gli attori del settore devono impegnarsi a pagare dei prezzi che permettano di garantire il reddito e salari decenti.
  3. Programmi importanti di ricerca in ambito agroforestale per accompagnare l’evoluzione dei metodi di produzione verso una maggiore resilienza economica ed ecologica, per rispondere alle sfide dell’incertezza climatica.

È necessario attivare tutti questi strumenti affinché si arrivi a una filiera realmente stabile del caffè. I produttori non hanno mai avuto tanto bisogno della redistribuzione della ricchezza sia per vivere dignitosamente del loro lavoro che per adattarsi all’impatto crescente dell’instabilità climatica.

Articolo pubblicato sul blog di Max Havelaar France – traduzione e adattamento Ufficio comunicazione Fairtrade Italia