Good Clothes Fair Pay: raccolte più di 240.000 firme

Le persone che fanno i nostri vestiti non possono contare su una dieta sufficiente e nutriente, mandare i  loro figli a scuola, vivere in una casa decente o andare dal medico. Perché guadagnano due volte di meno di un salario dignitoso.

I cittadini chiedono di cambiare il modo in cui vengono fatti i nostri vestiti

240.180 persone hanno firmato per la campagna Good Clothes Fair Pay, un’iniziativa dei cittadini europei che chiede all’Unione di pretendere dalle aziende del comparto tessile e dell’abbigliamento che le persone che lavorano nella filiera ricevano un salario dignitoso.

240.180 cittadini chiedono filiere più eque e trasparenti e vogliono che i marchi rendano conto del fatto che non rispettano i diritti dei loro lavoratori. In un contesto di inflazione galoppante, che colpisce tutti in modo non omogeneo e che ci rende più attenti rispetto al prezzo dei nostri acquisti quotidiani è una testimonianza del fatto che il nostro potere d’acquisto e l’attenzione ai diritti dei lavoratori non sono incompatibili, anzi.

Le persone sono pronte a cambiare il loro modo di consumare e chiedono politiche pubbliche che obblighino le aziende a offrire prodotti migliori. Un sondaggio condotto nel 2020 da Oney Group e OpinionWay in Francia, Spagna, Portogallo e Ungheria, mostra che il 90% dei consumatori sono sensibili al consumo sostenibile e si aspettano un impegno da parte dei brand e che li aiutino a consumare meglio. Anche se la metà di questi cittadini non crede alle promesse dei brand riguardo la sostenibilità. 

I volontari del Comitato locale Fairtrade di Padova hanno distribuito materiale informativo nei negozi durante la campagna Good Clothes Fair Pay.

La campagna non ha raggiunto il suo obiettivo ma ha partecipato al movimento per una moda equa

Anche se non ha raggiunto il milione di firme necessarie per chiedere una risposta ufficiale da parte della Commissione Europea, il numero di firme conferma che l’impatto dell’industria tessile sui diritti umani dei suoi lavoratori è un problema che mobilita un numero crescente di persone. Fino a poco tempo fa, il salario dignitoso per i lavoratori del settore abbigliamento era raramente al centro dell’opinione pubblica quando si parlava di impatto dell’industria della moda e non è stato quasi mai incluso nelle politiche pubbliche volte a rendere il settore più sostenibile.

Da luglio 2022 la Campagna Good Clothes Fair Pay ha coinvolto più di 50 Organizzazioni non governative europee e sindacati e migliaia di persone (studenti, attivisti, consumatori, membri del Parlamento Europeo, ricercatori, influencer, brand di moda sostenibile e non solo).

Nel corso di un anno di campagna, Fairtrade ha lavorato con studenti e influencer per far conoscere la petizione a un’ampia audience. Il movimento ha anche organizzato mobilitazioni sulle strade di Parigi e Stoccolma per il Black Friday (il 25 novembre) per far crescere la consapevolezza dei consumatori su cosa si nasconde dietro gli sconti aggressivi dei brand e durante la Fashion Revolution Week (alla fine di aprile) per chiedere accelerare la rivoluzione verso una moda lenta. Ora che l’iniziativa dei cittadini europei si è conclusa, la campagna continuerà in un altro modo e continuerà a raccogliere il supporto dei cittadini.

Fairtrade continuerà a lavorare per un’industria della moda più equa

Un’equa remunerazione è un diritto umano. Fairtrade sta lavorando da molti anni per concretizzare questo diritto per i lavoratori e i produttori agricoli nel mondo. Questa campagna è stata una grande opportunità per Fairtrade per rendere ancora più tangibile la battaglia per salari dignitosi nel settore tessile.

Continueremo a chiedere una industria della moda più equa e un salario ed un reddito di sussistenza per lavoratori e produttori attraverso differenti azioni.

La Direttiva sulla Due Diligence.

L’Unione sta ora negoziando nuovi obblighi legali per le aziende più grandi che vendono i loro prodotti sul mercato europeo: dovranno identificare, portare a termine, prevenire, mitigare e tenere conto degli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente delle loro filiere. I negoziati tra il Consiglio, il Parlamento e la Commissione sono attualmente in corso e dovranno essere affrontati i punti chiave affinché il testo finale abbia un impatto sulle persone che lavorano nelle catene di approvvigionamento tessile:

  • Il testo finale deve essere esplicito in riferimento sia al salario dignitoso che al reddito dignitoso per piccoli proprietari o produttori indipendenti per assicurarsi che sia i lavoratori del settore abbigliamento che i coltivatori di cotone ricevano un equo compenso che permetta loro di vivere in condizioni decenti.
  • La direttiva deve chiedere alle aziende di valutare l’impatto delle proprie pratiche di acquisto, commercio e determinazione dei prezzi sui diritti umani e adottare misure per prevenirle, mitigarle e affrontarle.
  • Il testo della Commissione ha fatto obbligo di due diligence solo per le aziende più grandi. Circa il 99% delle aziende del settore tessile dell’Unione sono piccole e medie aziende e una ricerca dimostra che i brand più piccoli messi insieme rappresentano una quantità significativa dell’industria dell’abbigliamento. Escludendo queste aziende dall’obiettivo degli obblighi di due diligence, si corre il rischio che molti lavoratori del settore restino senza protezione. L’UE dovrebbe almeno seguire il campo di applicazione proposto dal Parlamento, che include il maggior numero di società e lo allinea agli obblighi di rendicontazione della sostenibilità previsti dalla Direttiva.
  • La Direttiva deve chiarire che l’impegno con le parti interessate deve essere al centro e svolto in modo significativo in ogni fase del processo di due diligence, in linea con le linee guida dell’OCSE.

I prossimi mesi saranno cruciali per ottenere una legislazione ambiziosa e di impatto. Facciamo pressione insieme sui nostri governi e sui membri del Parlamento europeo, informati sulla campagna la Giustizia è affare di tutti e scarica il kit per l’azione!

Verso il divieto di pratiche commerciali sleali anche nel settore tessile.

La Campagna Good Clothes Fair Pay chiede di proibire le pratiche commerciali sleali che causano, o contribuiscono a creare danni ai lavoratori. Come il ritardo nei pagamenti, la cancellazione degli ordini, prezzi sotto i costi di produzione. Come richiesto dallo stesso Parlamento europeo nel suo report sulla Strategia per un settore tessile sostenibile, la Commissione europea dovrebbe introdurre una legge per proibire queste pratiche nel settore tessile, analogamente a come è stato stabilito per il settore agricolo del cibo nella Direttiva del 2019.

Facciamo pressione per un ambiente politico favorevole ai salari e ai redditi di sussistenza.

Fairtrade continuerà a chiedere ai governi nazionali di firmare la Dichiarazione congiunta sul reddito e il salario di sussistenza siglata dai governi di Olanda, Germania, Belgio e Lussemburgo. Si sono impegnati a collaborare per implementare misure per integrare il reddito e il salario di sussistenza nelle loro politiche pubbliche sulle filiere sostenibili a livello nazionale e di Unione Europea.

Fairtrade continuerà a sviluppare e a diffondere il nostro Standard Fairtrade per il tessile che è stato lanciato nel 2016 e ha l’obiettivo di rendere I lavoratori consapevoli sulle loro condizioni di lavoro nel settore tessile, come l’implementazione di salari dignitosi entro 6 anni. E a migliorarle.

Insomma, la nostra sfida continua: unisciti a noi!

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