Sul caffè sostenibile a basso prezzo, qualcosa ancora non torna

19 settembre 2018

Il prezzo del caffè arabica alla borsa di New York è ai minimi storici (meno di un dollaro a libbra). Significa che i cafficoltori sono costretti a vendere il loro caffè in perdita, a un prezzo che non copre nemmeno i costi di produzione.

Eppure il caffè sostenibile esiste, nell’industria non si parla d’altro. Le piccole torrefazioni si rivolgono alle certificazioni per sottolineare la sostenibilità delle loro filiere o di parte di esse. Le aziende più grandi hanno sviluppato i propri programmi di sviluppo e miglioramento per le comunità dei cafficoltori, con sostegno tecnico per aumentare la produttività e la qualità in modo che gli agricoltori possano ricevere un prezzo più alto.

Un vivaio che ha prodotto 80.000 piantine di caffè grazie al Premio riconosciuto a lle cooperative El Gorrion e Polo, Jinotega, Nicaragua.

Se costa poco, c’è qualcosa che non va

Poi però accade che questo stesso caffè, etichettato come sostenibile, si trovi negli scaffali dei supermercati o nei bar a un prezzo competitivo, comparabile e talvolta inferiore a quello del caffè standard. C’è qualcosa che non torna: qual è il valore della sostenibilità del caffè? Quanto siamo disposti a pagarla?

Fairtrade è unico

Fairtrade è l’unica certificazione che tra i suoi standard ha sia il Prezzo Minimo che il Premio Fairtrade. Il Prezzo Minimo è un prezzo aggiornato regolarmente, calcolato per coprire i costi medi di una produzione sostenibile: attualmente è di 1,40 dollari per libbra di caffè arabica (lavato), più 0,30 centesimi nel caso in cui il caffè sia biologico (ecco le tabelle, in inglese). Il Prezzo Minimo funziona da rete di salvataggio per i piccoli produttori: quando il prezzo di mercato è superiore, vengono pagati con il prezzo di mercato; quando invece, come ora, il prezzo scende sotto questa soglia, i cafficoltori ricevono il Prezzo Minimo Fairtrade.

Il Premio è invece un prezzo aggiuntivo, pagato dagli importatori alle cooperative dei piccoli produttori (ad oggi è di 20 centesimi di dollaro per libbra), che decidono in maniera autonoma e democratica come utilizzarlo, fermo restando che almeno 5 di questi 20 centesimi devono essere investiti in progetti di miglioramento della qualità e della produttività.

E le altre certificazioni cosa fanno?

Alcuni schemi di certificazione prevedono un sistema incentivante con un premium pagato ai produttori in base alla qualità del loro prodotto, ma è evidente che in questo modo si crea un circolo vizioso per il quale chi produce buon caffè riceve più soldi da investire, mentre gli altri, in balia delle speculazioni finanziarie che determinano il prezzo di mercato, non riescono mai ad avere un ricavo sufficiente per migliorare la propria produzione e uscire dallo stallo.

Il sistema Fairtrade, che ha tra i suoi pilastri Prezzo Minimo e Premio, permette invece ai piccoli produttori di crescere, migliorare in qualità e la produttività e di investire in progetti a favore di tutta la comunità. Questo sistema è stato sviluppato in questo modo perché quando diciamo che il nostro focus sono i produttori lo diciamo sul serio: i produttori sono rappresentati nella nostra assemblea generale da metà dei seggi. Significa che sono proprietari di Fairtrade tanto quanto lo sono le organizzazioni nazionali che promuovono la certificazione dei Paesi sviluppati. Infatti Fairtrade è l’unica certificazione che prevede un coinvolgimento diretto degli agricoltori e ne promuove l’autodeterminazione, considerandoli veri e propri partner commerciali e rafforzandone competenze e organizzazione.

Di certo possiamo definire il caffè delle altre certificazioni come “prodotto in maniera sostenibile” perché gli agricoltori misurano un miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro, ma solo Fairtrade lavora insieme a loro per avere un commercio più giusto a tutti i livelli.

Paolo Pastore, direttore di Fairtrade Italia