San José De Apartado’: il cacao che difende la pace

30 ottobre 2018

C’è davvero la pace in Colombia, come sancito dal conferimento del Nobel al presidente colombiano Juan Manuel Santos, considerato il fautore della riconciliazione tra le Farc e il governo, nel 2016? Se lo chiediamo a un membro della Comunità di pace di San José De Apartado’, la risposta è no. “La pace che è nata dopo il 2016, dopo 15 anni di guerriglia tra le milizie delle Farc, i paramilitari e il governo per il controllo del narcotraffico, è solo formale, racconta Levis Johanis Florez Ramos, rappresentante della Comunità di pace di San José De Apartadò, una delle organizzazioni di produttori agricoli certificate Fairtrade che abbiamo incontrato in occasione di un loro viaggio in Italia, a ottobre.

Un’esperienza unica al mondo

La comunità è una realtà unica, situata proprio al centro delle lotte intestine che hanno dilaniato la Colombia per più di 50 anni, nata dal desiderio di un gruppo di più di 500 persone di non cedere alla spirale di violenza e di vendetta che la circondava. Si trova nella regione di Urabà, distretto di Antioquia, nella zona a nord Paese, li dove si incrociavano le rotte dei narcotrafficanti e la guerriglia delle Farc, formalmente un esercito di liberazione che si opponeva al governo, sostanzialmente invece guerriglia locale che si batteva per il monopolio della cocaina. La Comunità è nata nel 1997: un gruppo di 1000 persone che ha deciso di dire basta alla violenza e che per questo ha pagato un prezzo di sangue molto alto diventando il bersaglio che ha accomunato Farc, esercito e forze paramilitari. Trecento persone sono morte da quando la Comunità si è costituita e ancora oggi i suoi membri sono oggetto di intimidazioni e soprusi. Anche il padre di Levis ha pagato con la sua stessa vita questa rinuncia alla violenza.

Levis (a destra) e José (a sinistra) della Comunità per la pace San José De Apartado’ durante una loro recente visita in Italia

Non c’è posto per la vendetta

Ma a San José il desiderio di vendetta si combatte con la non violenza e con la coltivazione della memoria collettiva: “Tutti gli anni commemoriamo chi è morto, uno per uno. Nelle nostre scuole, una delle materie di studio è proprio la memoria, per non dimenticare chi è morto sacrificandosi per la nostra lotta senza armi”. Nel 2005, un altro colpo viene inferto a questo baluardo del pacifismo: 8 persone muoiono per mano dell’esercito e dei paramilitari: “Da allora abbiamo deciso di non essere più interlocutori del governo perché nessuno ha cercato e perseguito i responsabili di quanto è successo” racconta José Roviro Lopez, 31 anni, una figlia, responsabile della comunicazione della Comunità. Anche lui è stato recentemente oggetto di intimidazione, quando i paramilitari gli hanno puntato il fucile al collo e solo l’intervento dei suoi compagni ha evitato l’ennesimo assassinio.  Dal 2005, la Comunità ha deciso di rinunciare anche a qualsiasi aiuto economico da parte dello Stato e ha iniziato a istituire le proprie scuole dove oltre all’alfabetizzazione si provvede alla formazione ai valori della Comunità. All’Università contadina, si insegna a coltivare la terra, da un lato, e il desiderio di pace dall’altro. Si insegna l’autoproduzione e l’autosussistenza, il reciproco aiuto accanto alla sovranità alimentare e al rispetto per le diversità culturali, etniche e religiose.

Il commercio equo e la pace

Ma cosa c’entra il commercio equo e solidale e la certificazione Fairtrade con questa realtà? “Coltiviamo il nostro cacao biologico in maniera collettiva. Da noi non esiste la proprietà privata e la vendita all’estero di quanto riusciamo a ricavare serve a garantirci la sicurezza economica. La lotta per la terra si è affiancata a quella per l’integrità della nostra comunità”. I proventi dei 160 ettari coltivati a cacao che viene venduto a condizioni Fairtrade in Europa servono al gruppo per investire in formazione e in educazione, è un aiuto, come dicono loro, “politico, non economico”.