Il cacao sostenibile di Conacado

28 luglio 2017

La cooperativa Conacado è sorta nel 1988, in Repubblica Dominicana, per riuscire a migliorare le condizioni di vita dei piccoli produttori e delle loro famiglie attraverso la vendita del cacao nel mercato mondiale.

L’organizzazione ha sede nella capitale, Santo Domingo, ma opera in tutto il paese attraverso nove organizzazioni regionali, arrivando a rappresentare la principale azienda esportatrice di cacao del Paese e tra le dieci più grandi al mondo. Ha ricevuto la certificazione Fairtrade nel 1995, e da allora vende circa il 50% della sua produzione a condizioni stabilite dagli Standard Fairtrade. Oggi conta 8.700 soci produttori riuniti in 162 associazioni.

Franklin Gómez Burdier, coordinatore tecnico della cooperativa Conacado, che è stato nostro ospite in Italia, ci ha raccontato la realtà di chi coltiva cacao in un paese che si trova ad affrontare diverse sfide.

Cosa significa coltivare cacao in Repubblica Dominicana?

Il cacao, per noi, non è solamente importante per la parte ambientale: ben 32 mila persone dipendono dalla coltivazione di questa pianta in maniera diretta; altre 150 mila persone in maniera indiretta, come ad esempio i familiari dei lavoratori. A livello di Paese, il settore genera 200 milioni di dollari garantendo stabilità macro-economica della Repubblica Dominicana. A livello ambientale è importante perché contribuisce alla protezione dell’ambiente, attraverso la “re-forestazione” e perché ha la capacità di catturare biossido di carbonio. La produzione, inoltre, è biologica: diminuisce l’impatto ambientale e preserva la fertilità del terreno.

Il 5 per cento del territorio dominicano, approssimativamente, è coltivato a cacao, per un totale di circa 2 milioni 400 mila ettari.

Mappa delle diverse aree geografiche della Repubblica Dominicana – area protetta 2.300 km2

 

La coltivazione di cacao è compatibile con l’autoconsumo perché può convivere con altri prodotti che contribuiscono al sostentamento familiare.

Quali sono i cambiamenti del mercato interno che hai potuto osservare?

Il coltivatore ha il potere di decidere il prezzo, l’impresa esporta il prodotto, e così si elminano le attività che incidono sui costi. Il mercato è altamente competitivo, le imprese esportatrici hanno ridotto i margini di utili e anche l’ambito imprenditoriale risente del cambiamento climatico.

La coltivazione di cacao è aumentata nell’ultimo anno del 15%. Questo sta motivando molte persone ad interessarsi a questa attività, grazie al riconoscimento di un prezzo migliore a livello internazionale e all’importanza del cacao per l’economia del nostro paese. Il Governo, infatti, si sta interessando al settore appoggiando il miglioramento delle pratiche di coltivazione. Un programma governativo, ad esempio, prevede la donazione di piante.

Conacado
©Nicolas-Gauthy_Max-Havelaar-France

E il cambiamento climatico?

Negli ultimi due anni ha impattato molto. La produttività della “finca” ha contribuito alla diminuzione del 40% della produttività. E così l’80% dei piccoli produttori non ha potuto accedere al mercato. È una situazione difficile. In 10 anni la produzione è aumentata, ma per l’effetto del cambiamento climatico negli ultimi due anni è diminuita.

Conacado è un esempio positivo, ma nelle altre cooperative i lavoratori come sono trattati?

Conacado non è un modello perfetto ma offre un salario più alto, del 30-40 %, rispetto al salario minimo. La comunità è sempre attiva, le persone possono instaurare legami, mentre altri tipi di imprese seguono solo la legge e non danno un valore extra. Nella nostra realtà la persona è al centro e la cooperativa ti sostiene: ad esempio, se ci si ammala si assume il costo e quando lo stato non paga ti paga il cento per cento del salario.

Come vedi la situazione del lavoro illegale nel settore agricolo?

La Repubblica Dominicana è un’isola condivisa con un altro paese, Haiti, e il flusso di entrata delle persone è continuo. Il lavoro illegale non è un problema, non è in crescita. I piccoli produttori non contrattano con persone che non conoscono, non si fidano del fatto che lavorino nella loro impresa. L’altro elemento è che il cacao è una coltivazione che richiede un’alta specializzazione e chi lavora illegalmente in genere non ha molte competenze lavorative.

©Jasper-Carlberg_Max-Havelaar