Siamo lavoratori, non schiavi

4 ottobre 2016

All’inizio di questo mese 31 persone sono rimaste uccise a causa di un incendio scoppiato all’interno di una industria di confezionamento a nord di Dhaka, in Bangladesh. Anche se non ha niente a che fare con la moda, quest’ennesima tragedia ha riportato alla mente il devastante crollo al Rana Plaza che ha svelato le pericolose condizioni di lavoro e il sovraffollamento nelle fabbriche.

Alla London Fashion Week di quest’anno si è imposta una nuova tendenza, ovvero la proposta di una moda consumata sempre più rapidamente. Le collezioni viste in passerella vengono ora messe in vendita immediatamente dopo la sfilata, all’insegna del “vedi ora, acquista ora” lanciata per incoraggiare ancora di più le vendite e spingere la produzione.

Cosa significa questo per i lavoratori dei Paesi in via di sviluppo che realizzano i capi? Noi di Fairtrade crediamo nella relazione tra chi acquista e chi produce i nostri vestiti ed è per questo che abbiamo intervistato Nazma Akter, lavoratrice di un’industria tessile, che ha rischiato la vita per realizzare il suo sogno di cambiamento nel settore della moda.

Avevi 11 anni quando hai iniziato a lavorare come operaia tessile, ce lo racconti?

Ho iniziato a lavorare in questo settore nel 1986. A quel tempo gli operai venivano trattati come macchine, eravamo lì solo per rendere il business un profitto. Ho iniziato a pensare “Noi siamo lavoratori, non schiavi. Perché ci stanno affamando?”.

Non venivamo pagati regolarmente e i nostri salari erano spesso decurtati senza un motivo. Le discriminazioni erano all’ordine del giorno. Potevamo rivolgerci ai sindacati per questioni riguardanti ad esempio lo stipendio, ma il proprietario della fabbrica in cui lavoravo ha assoldato un uomo piuttosto muscoloso per minacciare noi lavoratori.

Purtroppo tutto ciò accade ancora oggi in questo settore. Quando ho preso coscienza del fatto che i dirigenti non avevano alcun diritto di sfruttarci in quel modo mi sono arrabbiata. Ho deciso che dovevo fare qualcosa.

Quali conseguenze hai dovuto affrontare a causa del tuo impegno?

La mia vita era a rischio perché ho lottato affinché le donne avessero il diritto di poter prendere delle decisioni in autonomia sia a casa che al lavoro, di mettere fine alle violenze che subivo, di pretendere un trattamento equo sul posto di lavoro, dignità e rispetto.

Ero minacciata dal mio capo, dalla polizia, da quell’uomo muscoloso. Il mio telefono è stato messo sotto controllo, la mia possibilità di movimento limitata e i miei vicini dicevano che ero una donna cattiva.

Nonostante questi ostacoli, niente è riuscito a fermare il mio impegno nel raggiungere il mio obiettivo: un posto di lavoro sicuro e pari opportunità per tutti, in particolare per le donne.

È cambiato qualcosa in meglio dopo la tragedia del Rana Plaza?

Dopo Rana Plaza sono nati 500 sindacati e comitati per la sicurezza all’interno delle fabbriche. La comunicazione interna è stata rafforzata e la sicurezza degli edifici contro gli incendi è diventata una priorità.

Le aziende straniere stanno mettendo in pratica dei programmi di sensibilizzazione per i lavoratori e sono aumentati i controlli sulla sicurezza delle strutture da parte del governo. Ma la salute dei lavoratori, in particolare quella delle donne, rimane un problema serio. Dobbiamo continuare a impegnarci perché gli operai si mantengano sani e lavorino in un ambiente sano.

Di cosa c’è bisogno per migliorare la situazione nelle fabbriche?

Il nostro salario minimo di 68 dollari è il più basso del mondo. Molte persone perdono la capacità di lavorare dopo i 45 anni e non riescono a mettere da parte i risparmi per la pensione.

Noi chiediamo condizioni di vita dignitose, alloggi sicuri, libertà di associazione, diritto alla contrattazione collettiva, alla negoziazione, all’informazione, chiediamo un’educazione per i nostri figli, assistenza sanitaria e forme di previdenza.

La partecipazione attiva delle donne è necessaria, anche perché oltre l’80% dei dipendenti del settore tessile sono donne, ma poche di esse si occupano di gestione o questioni sindacali, né ricoprono posizioni di leadership.

Quali sono le sfide più grandi nel settore tessile, in particolare per le donne?

Le donne subiscono continui maltrattamenti, a livello verbale ma anche sessuale.

Abbiamo bisogno di cambiare la mentalità dei grandi marchi, dei buyers, dei proprietari delle fabbriche e dei consumatori affinché capiscano che le donne non sono lavoratrici da sfruttare, ma al contrario risorse che andrebbero maggiormente valorizzate.

Di recente Fairtrade ha sviluppato lo Standard e il Programma per il settore tessile.Quali cambiamenti può portare Fairtrade per i lavoratori del settore tessile?

È il primo standard nel settore tessile che prevede che si arrivi a pagare ai lavoratori uno stipendio dignitoso entro un periodo di tempo stabilito. Oltre ai requisiti che le fabbriche devono rispettare, lo standard chiede ai marchi della moda di impegnarsi in contrattazioni eque e a lungo termine nell’intera filiera.

È davvero una buona iniziativa. Nessun altro standard prevede il coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali. Ma dobbiamo spingerci oltre e monitorare attentamente che tutto ciò venga effettivamente attuato.

Dove trovi le motivazioni per andare avanti e continuare la tua battaglia per ottenere migliori condizioni di lavoro?

Il Bangladesh è il secondo esportatore di capi di abbigliamento al mondo e il fatto che la maggior parte della sua forza lavoro sia femminile rappresenta un’opportunità per le donne di diventare più forti finanziariamente.

Queste donne stanno già contribuendo al nostro PIL, sono pronte a partecipare ai processi decisionali e a rompere il silenzio. Questa è la mia motivazione principale.

Cosa dovrebbero fare i consumatori per contribuire a migliorare la situazione dei lavoratori della filiera del tessile?

Oggi lavoratrici e lavoratori, in Bangladesh specialmente, stanno pagando sulla loro pelle la possibilità dei consumatori di avere una moda sempre più a buon mercato. Non credo che nessuno voglia davvero che sia così.

Abbiamo tutti il diritto di mangiare bene, avere una vita decente e avere accesso a un’istruzione e all’assistenza sanitaria. Facciamo rallentare l’industria della moda, affinché sia in grado di cambiare in meglio la vita di tutti.

 

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su The Guardian il 30 settembre 2016 ed è qui riprodotto per gentile concessione.

Traduzione: Ufficio comunicazione Fairtrade Italia.