Nicoverde: l’ananas con due cuori (anzi tre)

12 gennaio 2018

Quindici anni di lavoro nel Fairtrade, accanto ai produttori, seguendo passo passo l’evoluzione del mercato ma sempre mettendoci il cuore, anzi, oltre al “cuore” fisico del frutto,sotto la polpa, altri due: quello sociale e quello ambientale.

Si può forse riassumere con questa frase l’impegno di Nicofrutta, azienda veronese che importa ananas dal Costa Rica a condizioni Fairtrade, che da pochi mesi ha scelto, ancora una volta, di affiancare i piccoli produttori di ananas in una scelta importante: costituire una società italo costaricana per costruire un impianto di immagazzinamento e di lavorazione dell’ananas. Nicoverde, questo il nome dell’azienda, ha acquisito un magazzino di 5000 metri quadri, dove riesce ad assumere il controllo dell’intero ciclo del prodotto, dalla raccolta, alla lavorazione, alla distribuzione. Abbiamo incontrato, durante una sua recente visita in Italia,  Jorge Sanchez, presidente dell’associazione dei produttori di ananas Biologico e rappresentante dei piccoli produttori  associati a Nicofrutta in questa impresa: “Finora- dice Jorge-ci siamo avvalsi dell’apporto di aziende esterne per la fase di post raccolta,non avendo le risorse necessarie da investire in un impianto tecnologico tutto nostro. Questo danneggiava la qualità del nostro prodotto: come tutti i freschi, anche  l’ananas necessita di essere velocemente lavorato (pulito, lavato, refrigerato) in contesti che abbrevino il più possibile il tempo dalla raccolta al consumo finale. Affidandoci a operatori esterni, non avevamo il controllo sul prodotto che andavamo a vendere ai supermercati americani ed europei e che dipendeva troppo dalla gestione dei nostri fornitori di servizi post raccolta”.

La valorizzazione dei piccoli produttori 

Aggiunge Luciano Nicolis, titolare di Nicofrutta: “Questa situazione ci portava a moltiplicare i controlli e a dover scartare frutta non conforme prima di far arrivare ai nostri clienti l’ananas con i requisiti di qualità richiesti e con le caratteristiche che esigiamo dal nostro prodotto”. Di qui la scelta di avviare un magazzino proprio che ha comportato un grosso investimento sostenuto dall’azienda italiana e indispensabile per stare al passo con una concorrenza sempre più agguerrita. Il salto di qualità era inoltre necessario per valorizzare il lavoro dei 150 piccoli produttori coinvolti che con passione e attenzione cercano di portare sul mercato un prodotto “pulito” da tutti i punti di vista. “Abbiamo un ananas eccellente, da agricoltura a lotta integrata o biologica. Non potevamo compromettere il lavoro dei nostri soci trascurando le fasi successive” ribadisce Nicolis.

No ai prodotti chimici

Sono infatti molte le problematicità da affrontare per coltivare un prodotto rispettoso delle persone e dell’ambiente senza ricorrere all’uso di fitofarmaci. Le grandi aziende concorrenti li utilizzano a piene mani per fronteggiare le diverse malattie o semplicemente durante la fase di post raccolta, quando i resti delle piante vengono lasciati sul terreno e tradizionalmente l’uso di disseccanti permette poi di rimuoverli facilmente per fare posto alle nuove coltivazioni. Nel Fairtrade non è così: la lista delle sostanze proibite, a tutela dell’ambiente, non consente l’impiego di fitofarmaci: i contadini devono rimuovere manualmente i resti e utilizzarli per un compost che vada a nutrire il terreno stesso anche attraverso l’apporto di microrganismi. Questa pratica, migliorata attraverso il supporto tecnico di esperti che accompagnano gli agricoltori, ha innescato un processo virtuoso: tutte le produzioni sono a lotta integrata o biologica e tutte le problematiche vengono affrontate in modo da creare il minore impatto possibile sull’ambiente e sulle persone. Un esempio? Il cambiamento climatico che sta intensificando le piogge, a danno delle produzioni, si sta affrontando grazie a un nuovo sistema di drenaggio per evitare il ristagno dell’acqua che compromette la qualità dell’ananas.

Da contadini a piccoli imprenditori

Ma che cosa è cambiato da quando Fairtrade è arrivata, 15 anni fa? “Prima eravamo solo operai che lavoravano la terra e sopravvivevano. Adesso siamo imprenditori, abbiamo le nostre case, i nostri mezzi di trasporto, è cambiato il modo di pensare al nostro lavoro” dice Sanchez. I soldi del premio Fairtrade sono stati investiti per portare acqua nelle comunità, per attrezzature mediche utilizzate nelle case di cura per anziani, per borse di studio, per progetti di formazione. Che cosa chiedere di più a Fairtrade? “Noi riconosciamo il marchio Fairtrade come il marchio dei piccoli produttori e chiediamo che continui a esserlo. Vogliamo che Fairtrade possa continuare a comunicare e a sensibilizzare le persone e i supermercati in modo che siano consapevoli del fatto che il nostro prodotto ha dietro di sé una storia speciale che vuole essere raccontata”.