Aziende della moda, che cosa state aspettando?

Aziende della moda, abbiamo qualche domanda da rivolgervi.

Sono passati tre anni da quando Fairtrade ha lanciato lo Standard e il Programma Fairtrade per il tessile, che avevano l’obiettivo di migliorare salari e condizioni dei lavoratori dell’industria. Ma i grandi marchi dell’industria della moda sono ancora riluttanti ad aderire. Come mai?

A dire la verità, siamo un po’ amareggiati. Vi ricordate quando abbiamo lanciato il nostro Standard nel 2016? Era difficile non accorgersene perché nella stampa di settore l’eco è stata forte. Ad alcuni non piaceva il nostro approccio, ma questo non ci ha fermato. Abbiamo lavorato per anni e chiesto pareri a molti, molti stakeholder e – cosa più importante – ai lavoratori stessi, e abbiamo stilato lo Standard con l’approccio più completo che l’industria della moda avesse mai visto. Ma poi, cos’è successo?

Innanzitutto, voglio complimentarmi con le aziende tedesche che stanno lavorando instancabilmente perché alcune delle loro filiere siano certificate con questo standard. Grazie Brands Fashion, 3FREUNDE e MELAWEAR, il mondo ha bisogno di pionieri come voi! Inoltre ci sono 28 stabilimenti in India che stanno affrontando temi come salute e sicurezza, salari, rappresentanza dei lavoratori, sicurezza sociale, protezione ambientale e produttività all’interno del Programma Fairtrade per il tessile. Chapeau! Apprezziamo molto anche le marche, e sono molte, che acquistano cotone Fairtrade come primo passo verso una produzione più sostenibile – i coltivatori di cotone meritano di più per il duro lavoro che fanno.

Ancora sfide da affrontare

Eppure, tutti noi sappiamo che ci sono ancora molte sfide da affrontare nel business della moda. Eccone alcune:

  1. I lavoratori che producono vestiti per tutto il mondo dovrebbero poter vestire sé stessi, e mangiare e abitare in una casa dignitosa con la propria famiglia, e dovrebbero potersi permettere cure sanitarie, educazione scolastica, trasporti. In breve, i lavoratori del tessile meritano un salario dignitoso, esattamente come chiunque altro. Se ti stai chiedendo che cosa intendiamo per salario dignitoso, non preoccuparti, l’abbiamo calcolato. O meglio, un gruppo di ricercatori l’ha calcolato, sotto l’egida della Living Wage Global Coalition. Puoi trovare i riferimenti per le regioni di Dacca e di Tirupur sul sito della Coalizione, e altri stanno per essere pubblicati. Lo Standard Fairtrade per il Tessile  richiede che i lavoratori arrivino a guadagnare un salario dignitoso entro sei anni dalla certificazione. Alcuni dicono che sia un tempo troppo lungo, altri che non sia abbastanza. Noi pensiamo sia un tempo realistico, considerando l’enorme distanza tra i salari attuali e il salario dignitoso. E sì, questo ai brand non costa poco. Ma il costo umano di questa situazione di povertà è molto più alto.
  2. I lavoratori hanno il diritto di sentirsi al sicuro. Ogni anno Fashion Revolution – che si tiene in concomitanza con l’anniversario del terribile crollo del Rana Plaza, che uccise più di 1.100 lavoratori del tessile bengalesi – è un doloroso promemoria del fatto che la sicurezza non è ancora scontata in molte fabbriche tessili. Il nostro Standard prevede criteri di sicurezza degli spazi di lavoro e degli edifici, per la protezione personale e per l’utilizzo di prodotti chimici.
  3. I lavoratori sono esseri umani, e gli esseri umani hanno bisogno di tempo libero e tempo per dormire, altrimenti rischiano incidenti sul posto di lavoro e non possono trascorrere del tempo con gli amici e la famiglia. Gli orari di lavoro troppo prolungati sono un problema molto noto in questo settore, che richiede impegno serio per essere affrontato. Noi di Fairtrade facciamo la nostra parte mostrando in che modo un’azienda può generare profitti e allo stesso tempo essere etica. Con lo Standard Fairtrade per il Tessile vengono regolamentate le ore di lavoro, così come i contratti e il lavoro temporaneo. Ci sono anche delle raccomandazioni che riguardano pratiche di acquisto eque – sì, anche nei picchi di produzione – e per contratti a lungo termine.
  4. I lavoratori devono poter rivendicare i loro diritti. Il nostro Standard aiuta a rimuovere gli ostacoli affinché i lavoratori possano riunirsi in sindacato e include formazione sui loro diritti, rappresentanza democratica all’interno dell’azienda, comunicazione interna e gestione dei reclami. Il che ci porta al prossimo punto.
  5. Niente è perfetto. Per questo motivo, è importantissimo avere dei meccanismi ben gestiti da applicare nel caso in cui le cose vadano male. Con lo Standard Fairtrade per il Tessile, le fabbriche devono avere delle procedure di reclamo che permettano alle ONG locali o ai sindacati di sostenere i lavoratori, in modo che ci sia qualcuno pronto a difenderli nel procedimento.
Operaia alla macchina da cucire. Armstrong, India. Copryright Fairtrade Germania

Quindi, cari marchi della moda, che ne pensate? È già tutto pronto per essere messo in pratica. Mancate solo voi. Giusto per essere chiari: non è una questione che riguarda noi. Riguarda soprattutto i lavoratori del settore. E i consumatori, che vogliono sapere chi ha fatto i loro vestiti e in quali condizioni.

Di certo non pretendiamo di cambiare l’industria della moda in una notte, ma vogliamo davvero tentare. Insieme. Con voi. Ci state?

di Rossitza Krueger, Textiles Manager Fairtrade International, traduzione e adattamento Ufficio comunicazione Fairtrade Italia

Moda sostenibile: dobbiamo guardare a tutta la filiera

Subindu Garkhel si occupa di cotone per Fairtrade Foundation (UK). Ci spiega come siamo tutti collegati in modo invisibile con i contadini e con i lavoratori che fanno i nostri vestiti.

Come per una ragazza che cresce in India, l’immagine dei vestiti mi rimanda a quei capi fatti con amore da mia madre e ricavati dalle stoffe che compravamo nei mercati i cui colori sgargianti e i tessuti catturavano i nostri occhi. Quando sono cresciuta e i tempi sono cambiati, anche i vestiti sono diventati un’altra cosa: confezionati in tessuti, stili e colori, seguono i dettami della moda, un’altra cosa rispetto a quelli fatti a mano da me e mia madre.

Dando uno sguardo esterno a questo processo, credo che dobbiamo arrivare a immaginare che ci sono tante persone senza volto che con le loro mani hanno toccato i vestiti che indossiamo: il contadino che ha coltivato il cotone, sua moglie che l’ha raccolto e pulito, l’amico che l’ha impacchettato e caricato. Dobbiamo soffermarci sulle persone le cui mani si danno il turno per assicurarsi che le macchine lavorino a ciclo continuo, sgranando il cotone, tessendo il filo, filando i tessuti, tingendoli e stampandoli. Anche nell’ultima fase, quando il tessuto raggiunge la fabbrica per diventare abito, ci sono ancora molti passaggi per arrivare all’indumento, molte persone, molti occhi e molte dita che hanno preso parte al confezionamento dei nostri vestiti, di cui noi non siamo spesso consapevoli o soltanto riteniamo scontato questo processo.

Operaia alla macchina da cucire. Armstrong, India. Copryright Fairtrade Germania

Alla fabbrica dei vestiti

Il fatto di sentirmi collegata in qualche modo al processo di confezionamento degli abiti mi ha portato al vero cuore dell’industria dell’abbigliamento. Ho iniziato la mia carriera in una piccola azienda che lavorava allo sviluppo di prodotti per la moda per poi passare in aziende e fabbriche più grandi. Il mio lavoro mi ha portato a confrontarmi con differenti realtà che non avevano una logica di sfruttamento ma così ho iniziato a vedere come lavora l’industria. Per esempio, una delle fabbriche in cui ho lavorato assumeva continuamente lavoratori a cottimo, soltanto per poche settimane. Lo staff aveva bisogno di essere continuamente formato di volta in volta. Che senso aveva questa modalità per l’azienda e per i lavoratori che non avevano un lavoro sicuro?

Dal punto di vista dell’azienda invece, l’industria della moda passava da un fornitore a un altro anche per differenze di prezzo di un paio di penny. Non c’era un impegno a lungo termine tra chi produceva e chi commercializzava e, a ricaduta, nei confronti degli operai delle fabbriche.

Che senso ha?

Riflettendo su quel periodo, spesso mi meraviglio di come noi tutti siamo involontariamente parte del problema. Come consumatori, vediamo solo la parte finale del prodotto invece del processo che ci sta dietro. Come compratori o brand ci prendiamo cura solo del risultato. Come impiegati a tutti i livelli in questo tipo di fabbrica, ci preoccupiamo di rispettare le scadenze.

Abbiamo bisogno di una pausa e di provare a capire perché questo non funziona.

Come è possibile che una maglietta sia più economica di 10 anni fa, quando tutti i costi di produzione sono saliti? Come può una t-shirt costare meno quando tutto costa di più (cibo, carburante, viaggi)? Semplice: molte fabbriche nei paesi in via di sviluppo cercano di accaparrarsi a tutti i costi contratti di fornitura per i brand della moda puntando sull’abbassamento dei prezzi e su tempi di produzione più rapidi. E’ una situazione squilibrata che si traduce in un costo orario per gli operai di meno di 50 centesimi.
Mi chiedo: tutte queste persone che fanno i vestiti che indossiamo ogni giorno per esprimere noi stessi, riescono a sopravvivere e a condurre una vita dignitosa, guadagnando abbastanza per nutrire le loro famiglie?

Operaia in produzione – Armstrong, India, copyright Fairtrade Germania

Come possiamo rompere questo ciclo?

Il crollo della fabbrica di vestiti Rana Plaza in Bangladesh dove 1138 persone hanno perso la vita e molte di più sono rimaste ferite il 24 aprile 2013 ci ha scioccato e ha mostrato al mondo il punto di rottura del business della moda. Ci ha dimostrato che c’è urgente bisogno di trasparenza e di tracciabilità perché abbiamo perso la capacità di mettere assieme le persone che confezionano i nostri vestiti e la nostra insaziabile esigenza di essere all’ultima moda a prezzi bassi. Come Fairtrade, riusciamo a guardare ancora più in profondità lungo la filiera, dal momento che abbiamo il privilegio di incontrare regolarmente le comunità di coltivatori di cotone. Sono davvero preoccupata del fatto che troppe aziende della moda trascurino completamente i contadini che coltivano il cotone che poi utilizzano per le camice e i pantaloni che indossiamo. Anche le aziende con le migliori intenzioni e con un approccio fondato sui diritti, semplicemente non tengono conto del fattore agricoltori nella loro equazione. I contadini sono stati dimenticati e sono all’estremo capo del filo da cui prendono origine i nostri abiti. Da quando il mondo si è accorto dello sfruttamento nelle aziende come Rana Plaza, le condizioni dei lavoratori delle fabbriche sono un po’ migliorate, ma non c’è cambiamento per i contadini che sono un passaggio ancora rimosso. E ci sono più di un milione di persone coinvolte nella coltivazione del cotone (…).

Operaio maneggia il cotone – Chetna Organic, India. Copryrgiht Fairtrade International

Torniamo indietro

La maggior parte del nostro cotone viene da contadini poveri e ai margini che sono dimenticati perché molti marchi non sanno da dove arriva il loro cotone. È come se il mondo della moda si focalizzasse sul gradino finale della costruzione degli abiti ma ci sono molti altri passaggi che richiedono più trasparenza: tessitura, filatura, sgranatura e coltivazione del cotone. Quando le aziende sanno di più e rendono pubbliche le informazioni sulla loro filiera e sulle loro pratiche di business è più facile sapere dove sono i problemi e come risolverli. Questo processo li porta verso una presa di responsabilità e può cambiare le modalità in cui realizzano profitti. La trasparenza incoraggia questo cambiamento. Lo Standard Fairtrade sul cotone supporta i contadini più deboli, li rende capaci di vendere i loro beni a un prezzo dignitoso in modo che possano provvedere a se stessi e alle loro famiglie. Con il nostro nuovo Standard e programma sul tessile Fairtrade ora copre l’intera filiera. Cerca di migliorare salute e sicurezza, diritti dei lavoratori e salario dignitoso.

Contadini raccolgono il cotone – Sodefitex, Senegal – Copyright Fairtrade Irlanda

Cosa possiamo fare?

Come consumatori, ciascuno di noi ha un ruolo da giocare per essere sicuro di non sfruttare le persone che stanno dietro i nostri vestiti. Cambiamo l’industria della moda, informiamoci, e saremo certi di non essere complici del problema ma ci assicureremo che questo business sia giusto per tutti, dal contadino che coltiva il cotone, fino alle mani invisibili di chi lavora nelle fabbriche di produzione, ai modellisti, ai sarti, a chi impacchetta, agli spedizionieri, ai venditori, fino alla fine della filiera. Siate certi di comprare vestiti con cotone Fairtrade e ricordate di chiedere ai marchi: “ #whomademyclothes?”.

Questo articolo è stato pubblicato in originale su www.fairtrade.org.uk. Traduzione e adattamento Ufficio comunicazione Fairtrade Italia.

Chi ha fatto i tuoi vestiti?

Se segui a ritroso il percorso della tua t-shirt, non ti sarà difficile incontrare i piccoli contadini produttori di cotone.

Adesso smetti di leggere questo articolo e fai una ricerca su internet con la parola chiave “moda sostenibile” (non preoccuparti, saremo ancora qui quando tornerai). Scoprirai che in questo momento ha raggiunto il suo apice l’interesse per una moda più in linea con produzioni che rispettano i diritti umani, sono amiche dell’ambiente e che sostengono  una vita dignitosa per tutti. I risultati della tua ricerca saranno ricchi di idee per migliorare il tuo shopping, ridurre il tuo impatto e distinguerti.

Ci sono stati infatti molti progressi negli ultimi 5 anni dalla tragedia del Rana Plaza che ha troncato la vita di 1133 persone e ne ha minacciate altre migliaia. Sono stati presi impegni, sono state fatte ricerche, è stato pubblicizzato il cambiamento ma ci sono ancora molte cose da fare. In questo momento, è importante ricordare che noi, consumatori come me e te, abbiamo in mano un grande potere. E possiamo  influenzare l’industria della moda spingendola verso un’autentica trasparenza.

Contadini sollevano il cotone raccolto, Sodefitex, Senegal

Guarda con rispetto il tuo guardaroba

A occhio e croce una persona su sei lavora nella catena di fornitura della moda globale – l’industria che annovera il maggior numero di lavoratori dipendenti. Se inizi a sbrogliare la matassa delle filiera, ti renderai conto che la maggior parte di quei fili sono riconducibili al cotone, la più importante fibra tessile coltivata al mondo. Cerca nel tuo guardaroba. Ignora il taglio dei vestiti o come ti stanno quando ti guardi allo specchio. Che cosa realmente sai sulla provenienza dei tuoi vestiti? Su chi ha prodotto le materie prime? Versati un caffè Fairtrade e prenditi il tempo per leggere attentamente le etichette dei tuoi capi preferiti. E alla fine ti renderai conto che il lavoro di centinaia di persone ha reso possibile il confezionamento dei tuoi pantaloni.

Un ambiente ricco di sfide

Per come viene coltivato attualmente, il cotone non riesce a offrire un livello di vita decente e sostenibile a milioni di piccoli contadini nel mondo, prevalentemente in Africa e Asia. Affrontare le sfide dei coltivatori di cotone è parte integrante della creazione di una moda veramente sostenibile. I piccoli contadini sono invisibili nella catena di fornitura. Essi detengono un potere o un’influenza ridotta e sono spesso alla mercé di un mercato altamente volubile. Dal 1960, il prezzo reale del cotone è crollato del 45 per cento, da più di 3 dollari al kg a 1,73 dollari nel 2014. Anche i  sussidi per le grandi organizzazioni di produttori nei paesi ricchi influiscono sull’impoverimento dei contadini in paesi dove il cotone potrebbe crescere in modo più sostenibile. Alcuni studi hanno calcolato che la caduta dei prezzi del cotone causata dai sussidi nei paesi sviluppati è associata ad una perdita annuale del reddito dei contadini africani di 250 miliardi di dollari.

Ritratto di famiglia, Pratibha Cotton Farm, India

Il cotone convenzionale ha un contraccolpo pesante anche sull’ambiente.  Si stima che la produzione di cotone nel 2014 ha richiesto 3,3 miliardi di dollari di pesticidi inclusi molti di quelli considerati pericolosi dall’Organizzazione mondiale della sanità. Un immagazzinamento carente  e la mancanza di formazione spesso causano problemi di salute per i lavoratori. Sistemi di irrigazione inefficienti possono distruggere le riserve di acqua a livello locale e l’irrigazione a pioggia provoca la dispersione dei pesticidi e dei fertilizzanti inquinando fiumi, laghi e falde.

Un cotone commercializzato a condizioni Fair può fare la differenza

Dunque, come possiamo incidere in modo positivo sulla vita dei piccoli contadini? Fairtrade Foundation stima che una crescita dell’1 per cento del prezzo di distribuzione dei vestiti potrebbe avere come conseguenza la crescita del 10 per cento del prezzo corrisposto ai coltivatori di cotone. E’ davvero una somma trascurabile se pensiamo che spesso i distributori si prendono un margine di più della metà del prezzo finale dei prodotti in cotone. E i consumatori hanno fatto capire che potrebbero pagare di più per prodotti lavorati in modo etico che rispettano i diritti umani.

Consigli per gli acquisti

1. Cerca il marchio e poi datti da fare a casa: chiedi al tuo marchio preferito o cerca online se c’è una lista dei luoghi da cui compra il cotone.

2. Cerca prodotti che utilizzano il cotone Fairtrade: una ricerca mostra che l’impronta sociale e ambientale del cotone proveniente da contadini Fairtrade è 5 volte più bassa di quella delle produzioni convenzionali.

4. Compra meno, compra meglio: se prodotti eticamente, i vestiti sostenibili dovrebbero costare di più. Non pensare di cambiare tutto in una volta sola. Cerca i marchi, che cosa stanno facendo e trova un capo di abbigliamento da cui iniziare il tuo percorso.

5. Condividi il messaggio: partecipa alla Fashion Revolution, un  movimento globale nato per cambiare l’industria del tessile. Fai un selfie con il marchio dei tuoi vestiti e tagga il brand aggiungendo l’hashtag #chihafattoimieivestiti.

La tragedia del Rana Plaza ha rappresentato un campanello di allarme per tutto il mondo. Sono passati cinque anni ma il percorso è solo all’inizio. Il movimento per cambiare il nostro modo di produrre i vestiti diventa sempre più forte, ma abbiamo bisogno del tuo aiuto.

 

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