KALANI

Ethletic

Dove trovare abbigliamento Fairtrade

Quando si tratta di fare un po’ di shopping di abbigliamento sostenibile si parte sempre con carica ed entusiasmo, ma non è facile trovare negozi o siti affidabili. Questo è uno dei temi preferiti delle chiacchiere tra colleghe: ci scambiamo continuamente indirizzi e link per i nostri acquisti di moda etica e Fairtrade. Posti in cui si possono acquistare capi belli, durevoli, sostenibili a un prezzo abbordabile, sempre ricordando, come dice Giulia in questo post, che “prezzo e valore di un capo non sempre coincidono: un prezzo alto non indica necessariamente un capo di buona fattura ma un prezzo basso è quasi certamente sinonimo di bassa qualità”.

Abbiamo quindi unito le forze e siamo andate a tracciare tutto quello che conosciamo di buono sul mercato, così da rispondere anche alle consumatrici che spesso ci scrivono chiedendoci dove poter acquistare capi di abbigliamento e accessori in cotone certificato Fairtrade.

Oltre agli e-commerce dei singoli brand distribuiti in Italia – che trovate cliccando sui link dei singoli brand di questo elenco ci sono alcuni negozi fisici e online che hanno in assortimento capi in cotone certificato. Ecco quelli che siamo riusciti a mappare, se ne conosci altri, segnalaceli!

Algonatural è un negozio fisico (in piazza San Cristoforo 14 a Udine) e un e-commerce di moda sostenibile. I brand con capi in cotone Fairtrade in assortimento sono Comazo e Armedangels.

AltraModa è un e-shop di moda, cosmesi e accessori naturali e sostenibili, con sede a Fossombrone (PU). Fondato da Marco e Elena nel 2009, è ad oggi l’e-commerce con il maggiore assortimento di capi in cotone Fairtrade: da loro potete acquistare l’intimo Comazo, l’abbigliamento per bambini Sense Organics e le magliette Altraqualità. Per il primo ordine il reso è gratuito.

FairMade è un negozio di moda etica e sostenibile in Corso Palestro 45 a Brescia. Simona e Barbara sono gentilissime e sempre pronte a dare tantissimi consigli. Hanno anche un e-commerce, ma noi consigliamo la visita in negozio!

Lizé Natural Clothings è un negozio di abbigliamento in fibre naturali e sostenibili a Cismon del Grappa (VI) con un e-commerce ben fornito. Sul loro canale Instagram la titolare Carlotta racconta spesso origini e differenze tra un tessuto e l’altro. Potete acquistare capi People Tree, SKFK e l’intimo Comazo. 

Penny Lane Shop è un negozio di abbigliamento e accessori prodotti da piccole marche non distribuite in Italia, provenienti da tutta Europa. Si trova in centro a Venezia (Santa Croce 39) ma ha un fornito e-shop con molti capi e accessori sostenibili. Sono gli unici in Italia ad avere i capi del marchio tedesco Thokk Thokk in cotone Fairtrade.

Puro Amore è un atelier e negozio di moda etica a Treviso, in viale IV Novembre 61. Da loro è possibile acquistare l’intimo Comazo.

US Underwear Store è un negozio a Parma (in piazzale P. Mattarella 5C) dove trovare abbigliamento intimo, notte e relax in fibre naturali, ecologiche, sostenibili e certificate. Anche qui è possibile acquistare l’intimo Comazo.

A Padova in via Altinate 7 c’è il primo negozio italiano monomarca di Wituka, il marchio spagnolo di t-shirt in cotone biologico e Fairtrade con illustrazioni di artisti internazionali, che pianta un albero per ogni capo venduto.

Segnaliamo infine che nella sezione sostenibile di Zalando si trovano i capi Dedicated.

Ti vengono in mente altri negozi con brand di abbigliamento in cotone Fairtrade, oppure ne gestisci uno tu? Contattaci e potremo inserirlo in questo elenco!

SKFK

Una strategia per il tessile equo e sostenibile

L’emergenza Coronavirus porta alla luce l’esigenza di una nuova legislazione europea per il Tessile, 65 organizzazioni della società civile propongono una nuova visione globale in questo settore.

In vista dei lavori della Commissione europea per sviluppare nei prossimi mesi una nuova “Strategia globale per il settore tessile“, un gruppo di 65 organizzazioni della società civile ha messo a punto la sua visione per il settore globale del tessile, dell’abbigliamento, della pelle e delle calzature (TGLF).

È stata elaborata una strategia “ombra” in cui viene proposta una serie di azioni legislative e non che l’Unione Europea può intraprendere per contribuire alla creazione di catene del valore più eque e sostenibili.

Il gruppo – un’ampia coalizione di attivisti per il commercio equo e solidale, per i diritti umani e dei lavoratori, per la protezione dell’ambiente e per la trasparenza – chiede alla Commissione Europea, agli eurodeputati e ai Governi degli Stati membri di sostenere una strategia ambiziosa che avvii una riprogettazione globale del modello di business dell’industria tessile post-Coronavirus.

Il settore TGLF è stato caratterizzato a lungo dalla violazione dei diritti dei lavoratori e dei diritti umani, oltre all’enorme impatto che esercita sul nostro ambiente e clima.

I membri del Parlamento europeo Delara Burkhardt (S&D), Heidi Hautala (Presidente del gruppo di lavoro Responsabile sulla condotta aziendale, del gruppo Verde / Alleanza Libera Europea) e Helmut Scholz (GUE / NGL) hanno inviato una lettera congiunta a tutti i membri del Parlamento europeo per condividere e sostenere la “Strategia ombra della società civile“.

Nella lettera, i deputati sottolineano che “il settore tessile è stato tra i più vulnerabili alla crisi da COVID-19 a causa degli squilibri di potere tra i suoi attori e dei suoi gravi problemi strutturali, compresi i danni ambientali che provoca e le questioni di governance. Quella della moda è una delle industrie più inquinanti, è fonte di innumerevoli catastrofi come quella di Rana Plaza e un settore nevralgico della violazione dei diritti umani, che colpisce le donne in modo sproporzionato”.

In rappresentanza della coalizione, Sergi Corbalán, Direttore esecutivo dell’Ufficio di Advocacy del commercio equo e solidale, ha dichiarato:

“L’azione volontaria delle aziende del settore tessile non è riuscita a rendere l’industria equa e sostenibile, è quindi il momento che i leader dell’Unione Europea rivedano la struttura del settore”.

E ha aggiunto che:

“la Strategia ombra”offre alla Commissione Europea le competenze di 65 organizzazioni della società civile che hanno anni di esperienza alle spalle nell’affrontare i diversi impatti del settore.
Non si tratta di un elenco dal quale la Commissione può scegliere delle iniziative specifiche lasciandone fuori altre, ma piuttosto di una strategia globale in cui l’azione in ogni ambito rafforza gli sforzi profusi negli altri”.

La visione della società civile per una Strategia globale dell’Unione Europea nel settore Tessile contiene tra l’altro le seguenti raccomandazioni:

  • Garantire che le aziende siano legalmente obbligate ad assumersi la responsabilità non solo delle proprie attività, ma dell’intera catena di fornitura, applicando una legge dell’UE sulla due diligence in tutti i settori, compresi i requisiti specifici per il settore TGLF. La firma di una partnership multi-stakeholder non dovrebbe esonerare le aziende dalle loro responsabilità.
  • Norme ambientali più rigorose che disciplinino il modo in cui i prodotti tessili venduti nell’UE vengono progettati e realizzati, la responsabilità legale e finanziaria dei produttori anche quando i loro prodotti diventano rifiuti, nonché misure significative per promuovere la trasparenza.
  • Garantire che brand e rivenditori siano legalmente obbligati a onorare i contratti e a porre fine alla cultura delle pratiche di acquisto sleali che dà loro l’impunità di annullare gli ordini senza onorare i pagamenti, lasciando i lavoratori senza paga e un accumulo dispendioso di prodotti invendibili.
  • Fare in modo che le riforme della governance e una migliore applicazione della legge nei paesi produttori siano parte della soluzione ai problemi di sostenibilità affrontati nelle filiere del TGLF.
  • Attraverso la politica commerciale, utilizzare il potere di mercato dell’UE per applicare le pratiche di produzione sostenibili nel settore TGLF.

Leggi qui il testo completo della strategia: http://bit.ly/TextilesEU.

La Strategia ombra della società civile per il settore globale del tessile, dell’abbigliamento, della pelle e delle calzature sostenibile è un’iniziativa congiunta di:

Abiti Puliti, achACT, Aeress, Association 4D, Circular Economy – VšĮ “Žiedinė ekonomika, Clean Clothes Campaign Europe, Clean Clothes Campaign international, , Cooperativa Sociale Insieme, Confederação Portuguesa das Associações de Defesa do Ambiente (CPADA), ECOS, EEB, Emmaus- Europe, ENS, Europe and We, FAIR, Fairtrade Germany, Fairtrade International, Fairtrade Max Havelaar France, Fairtrade Foundation, Fairtrade Polska, Fashion Revolution, FEMNET e.V., FOCSIV, Forum Fairer Handel, France Nature Environnement, Frauenwerk der Nordkirche, Friends of the Earth Europe, FTAO, Gender Alliance for Development Centre (GADC), Humusz Szövetség, INKOTA-Netzwerk, Institute for Sustainable Development Foundation, Institute of Circular Economy, Irish Environmental Network, Lithuanian NGDO Platform, Netwerk Bewust Varbruikein, ÖKOBÜRO, OXFAM Intermón, Oxfam MdM, Plastic Soup Foundation, Plataforma Portuguesa das ONGD, Polish Zero Waste Association, Pravicna-Trgovina, RepaNet, Rreuse, SDG Watch Austria, Sredina – Association of Citizens, SÜDWIND-Institut, The Circle, Traidcraft Exchange, Transparency Germany, Transparency International Deutschland, Umweltdachverband, VerbraucherService Bundesverband , Voice Ireland, Weltladen-Dachverband, Women Engage for a Common Future, Women Engaged for a Common Future France, Wontanara o.p.s., World Fair Trade Organization- Europe, World Fair Trade Organization, World Vision Ireland, World Vision Romania, Wird, Zaļā brīvība (Green Liberty), Zero Waste Europe, and Zero Waste France.

L’impatto della fast fashion sull’ambiente

Quando ho fatto il cambio di stagione, complice il periodo di quarantena, ho pensato molto a cosa significhi essenzialità nel vestire, e a come fare in modo che il mio desiderio di spendere poco non finisca con il far pagare un conto salato a qualcun altro, o all’ambiente.

L’ambiente paga la fast fashion per noi in molti modi

Abbiamo già detto che l’uso massiccio di fibre plastiche di scarsa qualità causa inquinamento delle acque: i capi sintetici in poliestere e acrilico rilasciano migliaia di microfibre a ogni lavaggio. Si stima che ogni anno un milione di tonnellate di queste fibre finiscano negli scarichi e che più di metà sfuggano ai filtri e finiscano in fiumi, laghi, oceani. I peggiori di tutti? Quegli asciugamani e accappatoi fini fini che ingombrano così poco. 

Anche i sistemi di produzione di viscosa tradizionali, pur partendo da materie prime sostenibili come la cellulosa del legno, impattano sull’ambiente per l’utilizzo di sostanze chimiche pericolose che possono venire disperse nelle falde se non trattate adeguatamente. Lo stesso vale per le fasi di colorazione o sbiancamento. La coltivazione intensiva del cotone richiede quantità esorbitanti di diserbanti e acqua e causa deforestazione, impoverimento del suolo, prosciugamento delle risorse idriche. Per salvaguardare l’ambiente in questo caso posso scegliere il cotone biologico, che consuma fino al 90% in meno di acqua rispetto a quello convenzionale, o quello Fairtrade, che grazie all’ottimizzazione dei processi riduce di un terzo il consumo di acqua.

Produttori di cotone biologico della Bio Farmer Agricultural Commodity and Service Cooperative, Kyrgyzstan @Didier Gentilhomme / Fairtrade International

La fast fashion inoltre per sua natura aumenta la quantità di rifiuti tessili prodotti: a livello di consumo perché siamo incentivati ad acquistare più vestiti, a portarli per meno tempo e poi a buttarli; a livello di produzione invece la velocità con cui cambiano le collezioni porta a sovraprodurre e poi a scartare l’invenduto. Spesso l’abbigliamento si trasforma in rifiuto ancora prima di essere indossato una volta.

Gli abiti dismessi in buono stato possono essere recuperati e avere una seconda vita nei mercatini dell’usato e nelle distribuzioni della caritas. Ma le magliette bucate, i vestiti scuciti, i pantaloni strappati diventano solo stracci difficilmente riciclabili: una parte finisce in striscioline per l’imbottitura di pannelli isolanti destinati all’edilizia, di sedili per auto o altro. La maggior parte viene spedito nei paesi più poveri o finisce in discarica.

Il principio di essenzialità può essere applicato a tutto il nostro armadio

Ecco i miei consigli per comprare meno e meglio:

PER TUTTI

  1. Prezzo e valore di un capo non sempre coincidono: un prezzo alto non indica necessariamente un capo di buona fattura ma un prezzo basso è quasi certamente sinonimo di bassa qualità. E si trovano capi ben fatti a prezzi accessibili. 
  2. Non farti attrarre dal prezzo basso: valuta la portabilità e la qualità del capo, la resistenza all’utilizzo e ai lavaggi. Un capo duraturo è di gran lunga più sostenibile di un capo usa e getta. La scelta più sostenibile è comprare capi della migliore qualità che ti puoi permettere. 
  3. Impara a leggere l’etichetta (I) e a riconoscere le fibre sintetiche di derivazione petrolifera (acrilico, poliammide, poliestere, elastan). Scegli piuttosto capi in tessuti naturali e sostenibili. Se provi una tuta in 100% cotone o un maglione in lana al 100% noterai la differenza e non potrai più farne a meno. 
  4. Impara a leggere l’etichetta (II): l’etichetta è un manuale di istruzione su come trattare il capo; ci dice come lavarlo e come asciugarlo per non rovinarlo e farlo durare più a lungo. Seguire queste istruzioni aumenta sicuramente la vita media dei nostri vestiti.
  5. Compra meno capi, più portabili, di migliore qualità, che hai voglia di mettere e che siano duraturi.
  6. Scambia: se un capo è in buone condizioni, ma non ti piace più, scambialo nelle app e nei siti come Armadio Verde o partecipa a uno swap party.
  7. Prenditi cura dei tuoi capi: lavali solo quando è effettivamente necessario con temperature e centrifughe basse, fai fare qualche rattoppo o cucitura dalle sarte, riattacca i bottoni, risuola le scarpe, nutri la pelle dei tuoi stivali, cambia i tacchi. Sono accorgimenti che daranno lustro ai capi e ti faranno tornare la voglia di metterli.

PER VERE APPASSIONATE

  1. Impara a cucire e a modificare i vestiti che già hai: accorcia i pantaloni, rifai gli orli, stringi o allarga i tuoi capi. 
  2. Scatena la tua fantasia, acquista i tessuti e i cartamodelli e divertiti. Dicono che sia molto divertente e che crei assuefazione… io ci devo ancora arrivare. 

Giulia Camparsi, product manager Fairtrade Italia

Fashion Revolution: noi stiamo con gli agricoltori

In occasione della Fashion Revolution Week, facciamo sentire la nostra vicinanza agli agricoltori, ai lavoratori e ai produttori di cotone Fairtrade, che lavorano duramente per rispondere a una delle nostre necessità primarie, i vestiti.

Il network dei produttori Fairtrade di Asia e Pacifico (NAPP) ha tra i suoi soci 13 produttori di cotone in rappresentanza di più di 34000 agricoltori dell’Asia centrale e meridionale. Producono più del 90% di tutto il cotone Fairtrade: nel 2017 la produzione globale di cotone Fairtrade è stata di 52.763 tonnellate, delle quali 47.257 prodotte in India.

INDIA

Nell’Asia centrale e meridionale la stagione del raccolto è terminata in febbraio e la maggior parte del cotone grezzo è stato venduto dai produttori alle cooperative prima dello scoppio della pandemia. Tuttavia in India la stagione agricola sta per ricominciare e molti agricoltori sono preoccupati: temono che la preparazione della terra e la semina possano subire i ritardi della distribuzione dei semi o la scarsità degli stessi, che solitamente vengono distribuiti tra la fine di aprile e la prima settimana di maggio.

“I nostri agricoltori sono preoccupati che il lockdown possa continuare, impedendo la partenza della stagione agricola del cotone che inizia a giugno 2020. Per sollevare la tensione il nostro staff ha iniziato a visitare i villaggi per fare formazione sulle misure preventive contro la diffusione di Covid-19. Abbiamo distribuito 10.000 mascherine lavabili e 900 detergenti ai nostri agricoltori e alle loro comunità e ulteriori forniture sono in arrivo.”
Ishwar Illachezian, direttore della divisione tessile di Suminter India Organics.

Dimostrazione della procedura per lavarsi correttamente le mani. Aprile 2020, Suminter India Organics Pvt Ltd © NAPP / Fairtrade

La fase di sgranatura del cotone è attualmente completa al 50-75%. A seconda delle strutture, dal 25 al 50% del cotone (grezzo o sgranato) si trova ancora nelle sedi di produttori oppure negli impianti di sgranatura chiusi per l’isolamento. Mentre per i lavoratori giornalieri della sgranatura non c’è lavoro, le filature non riescono a far fronte agli ingenti debiti con le banche (buoni macchinari e altri accessori tessili). Molti contratti sono stati giù annullati o stanno per esserlo. Si teme che gli acquirenti arrivino a contrattare fino al 20-30% a causa del crollo dei prezzi e delle probabili controversie tra fornitori e acquirenti su chi dovrà sostenere i costi di sdoganamento causati dai ritardi.

Nonostante la filiera del cotone rimanga interrotta e il settore rischi di affrontare una recessione economica nei prossimi mesi, i produttori Fairtrade indiani si sono concentrati sulla fornitura di dispositivi protettivi e programmi di sensibilizzazione, prendendosi cura del benessere degli agricoltori e delle loro comunità:

  • I produttori agricoli di Chetna Organic (COAPCL), in partnership con una nuova fabbrica di abbigliamento in cotone biologico e Fairtrade di Krishnagiri, hanno iniziato a produrre mascherine per la distribuzione negli ospedali pubblici e in altre agenzie private che lavorano per affrontare la pandemia di Covid.
  • Con l’estensione delle misure di lockdown in India, una buona parte della popolazione è abbandonata, senza un riparo né cibo. L’azienda Anandhi Texstyles ha preso l’iniziativa di fornire un pasto al giorno a 1500 persone, per tutti i giorni rimanenti dei 21 previsti di quarantena.

PAKISTAN

In Pakistan e in Asia Centrale, la stagione della semina è iniziata a metà marzo ed è in crisi a causa della mancanza di manodopera dovuta ai lockdown nazionali. I prezzi sono calati del 10% e la domanda di cotone è diminuita a causa della cancellazione degli ordini da parte delle aziende di abbigliamento.

South Asia Sourcing, un’azienda pakistana che produce cotone, ha fornito ai propri agricoltori dei pacchi di viveri: a 200 famiglie sono stati distribuiti riso, legumi, farina, olio, latte zucchero, disinfettanti per le mani, mascherine e sapone.

“La diffusione del Coronavirus ha costretti i lavoratori giornalieri, i dipendenti e i piccoli negozianti a stare a casa, perdendo il loro reddito. Abbiamo sentito il bisogno di andar loro incontro nell’affrontare la crisi economica. Il nostro team sta pianificando anche altre attività di aiuto: non lasceremo soli i nostri agricoltori in questo momento difficile.”
Bilal Bajwa direttore di South Asia Sourcing (Pvt) Limited

Viveri per la distribuzione, South Asia Sourcing Pvt Ltd, Aprile 2020 © NAPP / Fairtrade

Alla guida del team di South Asia Sourcing che ha visitato un villaggio vicino e iniziato una campagna di sensibilizzazione con 83 famiglie di agricoltori, distribuendo i pacchi di viveri, c’è un giovane volontario:

“Come studente, mi sono messo a disposizione per portare avanti la campagna di sensibilizzazione, per preparare i pacchi e aiutare a raggiungere le persone che hanno bisogno del nostro aiuto durante questa catastrofe. Sono i piccoli gesti che contano, e ognuno di noi può fare la differenza.”
Muhamad Moeez Bajwa, giovane volontario per South Asia Sourcing

UNA FILIERA PESANTEMENTE COLPITA

Nell’Asia Centrale gli stock di cotone devono ancora essere spediti: il lockdown ha completamente interrotto i trasporti e molte aziende produttrici hanno ancora i magazzini pieni di cotone Fairtrade. I produttori si chiedono come farà il mercato a riprendersi l’anno prossimo e quali effetti avrà su di loro il calo della domanda. Gli impianti di filatura e di tessitura rimangono chiusi in tutti i paesi. I retailer e i brand hanno cancellato alle fabbriche del Bangladesh più di 2 miliardi di dollari di ordini. Il Paese è solo uno tra i tanti attori di una filiera globale pesantemente colpita dalla cancellazione o dilazione degli ordini da parte dei brand, i cui negozi rimangono chiusi in tutto il mondo. Anche gli esportatori di cotone si trovano davanti molte sfide, con tutte le unità produttive e i porti chiusi.

Il cotone è considerato un bene non essenziale e la recessione potrebbe portare a una diminuzione degli acquisti nei mercati oltreoceano e a un eccesso di rimanenze, fino all’interruzione dell’intera filiera.

I produttori di cotone in tutto il mondo, che sono milioni, saranno tra i più colpiti da questa situazione senza precedenti. Naturalmente l’agricoltura non è un lavoro che si può “fare da casa” e il lockdown continuato porterà non solo un calo della produzione ma una perdita di reddito e sicurezza alimentare per gli agricoltori e i lavoratori. La cancellazione dei contratti e la negoziazione dei prezzi lascia davvero poco spazio ai produttori di cotone per coprire anche solo le spese di produzione. Facciamo appello ai nostri partner e consumatori in tutto il mondo: continuate a promuovere un commercio sostenibile ed etico per consentire agli agricoltori e ai lavoratori che lavorano nel settore della moda etica di superare questa crisi.

Prendete parte alla Fashion Revolution chiedendo ai vostri brand preferiti #WhoMadeMyClothes: vogliamo pratiche più eque e filiere tracciabili, etiche e trasparenti.

Aziende della moda, che cosa state aspettando?

Aziende della moda, abbiamo qualche domanda da rivolgervi.

Sono passati tre anni da quando Fairtrade ha lanciato lo Standard e il Programma Fairtrade per il tessile, che avevano l’obiettivo di migliorare salari e condizioni dei lavoratori dell’industria. Ma i grandi marchi dell’industria della moda sono ancora riluttanti ad aderire. Come mai?

A dire la verità, siamo un po’ amareggiati. Vi ricordate quando abbiamo lanciato il nostro Standard nel 2016? Era difficile non accorgersene perché nella stampa di settore l’eco è stata forte. Ad alcuni non piaceva il nostro approccio, ma questo non ci ha fermato. Abbiamo lavorato per anni e chiesto pareri a molti, molti stakeholder e – cosa più importante – ai lavoratori stessi, e abbiamo stilato lo Standard con l’approccio più completo che l’industria della moda avesse mai visto. Ma poi, cos’è successo?

Innanzitutto, voglio complimentarmi con le aziende tedesche che stanno lavorando instancabilmente perché alcune delle loro filiere siano certificate con questo standard. Grazie Brands Fashion, 3FREUNDE e MELAWEAR, il mondo ha bisogno di pionieri come voi! Inoltre ci sono 28 stabilimenti in India che stanno affrontando temi come salute e sicurezza, salari, rappresentanza dei lavoratori, sicurezza sociale, protezione ambientale e produttività all’interno del Programma Fairtrade per il tessile. Chapeau! Apprezziamo molto anche le marche, e sono molte, che acquistano cotone Fairtrade come primo passo verso una produzione più sostenibile – i coltivatori di cotone meritano di più per il duro lavoro che fanno.

Ancora sfide da affrontare

Eppure, tutti noi sappiamo che ci sono ancora molte sfide da affrontare nel business della moda. Eccone alcune:

  1. I lavoratori che producono vestiti per tutto il mondo dovrebbero poter vestire sé stessi, e mangiare e abitare in una casa dignitosa con la propria famiglia, e dovrebbero potersi permettere cure sanitarie, educazione scolastica, trasporti. In breve, i lavoratori del tessile meritano un salario dignitoso, esattamente come chiunque altro. Se ti stai chiedendo che cosa intendiamo per salario dignitoso, non preoccuparti, l’abbiamo calcolato. O meglio, un gruppo di ricercatori l’ha calcolato, sotto l’egida della Living Wage Global Coalition. Puoi trovare i riferimenti per le regioni di Dacca e di Tirupur sul sito della Coalizione, e altri stanno per essere pubblicati. Lo Standard Fairtrade per il Tessile  richiede che i lavoratori arrivino a guadagnare un salario dignitoso entro sei anni dalla certificazione. Alcuni dicono che sia un tempo troppo lungo, altri che non sia abbastanza. Noi pensiamo sia un tempo realistico, considerando l’enorme distanza tra i salari attuali e il salario dignitoso. E sì, questo ai brand non costa poco. Ma il costo umano di questa situazione di povertà è molto più alto.
  2. I lavoratori hanno il diritto di sentirsi al sicuro. Ogni anno Fashion Revolution – che si tiene in concomitanza con l’anniversario del terribile crollo del Rana Plaza, che uccise più di 1.100 lavoratori del tessile bengalesi – è un doloroso promemoria del fatto che la sicurezza non è ancora scontata in molte fabbriche tessili. Il nostro Standard prevede criteri di sicurezza degli spazi di lavoro e degli edifici, per la protezione personale e per l’utilizzo di prodotti chimici.
  3. I lavoratori sono esseri umani, e gli esseri umani hanno bisogno di tempo libero e tempo per dormire, altrimenti rischiano incidenti sul posto di lavoro e non possono trascorrere del tempo con gli amici e la famiglia. Gli orari di lavoro troppo prolungati sono un problema molto noto in questo settore, che richiede impegno serio per essere affrontato. Noi di Fairtrade facciamo la nostra parte mostrando in che modo un’azienda può generare profitti e allo stesso tempo essere etica. Con lo Standard Fairtrade per il Tessile vengono regolamentate le ore di lavoro, così come i contratti e il lavoro temporaneo. Ci sono anche delle raccomandazioni che riguardano pratiche di acquisto eque – sì, anche nei picchi di produzione – e per contratti a lungo termine.
  4. I lavoratori devono poter rivendicare i loro diritti. Il nostro Standard aiuta a rimuovere gli ostacoli affinché i lavoratori possano riunirsi in sindacato e include formazione sui loro diritti, rappresentanza democratica all’interno dell’azienda, comunicazione interna e gestione dei reclami. Il che ci porta al prossimo punto.
  5. Niente è perfetto. Per questo motivo, è importantissimo avere dei meccanismi ben gestiti da applicare nel caso in cui le cose vadano male. Con lo Standard Fairtrade per il Tessile, le fabbriche devono avere delle procedure di reclamo che permettano alle ONG locali o ai sindacati di sostenere i lavoratori, in modo che ci sia qualcuno pronto a difenderli nel procedimento.
Operaia alla macchina da cucire. Armstrong, India. Copryright Fairtrade Germania

Quindi, cari marchi della moda, che ne pensate? È già tutto pronto per essere messo in pratica. Mancate solo voi. Giusto per essere chiari: non è una questione che riguarda noi. Riguarda soprattutto i lavoratori del settore. E i consumatori, che vogliono sapere chi ha fatto i loro vestiti e in quali condizioni.

Di certo non pretendiamo di cambiare l’industria della moda in una notte, ma vogliamo davvero tentare. Insieme. Con voi. Ci state?

di Rossitza Krueger, Textiles Manager Fairtrade International, traduzione e adattamento Ufficio comunicazione Fairtrade Italia

Moda sostenibile: dobbiamo guardare a tutta la filiera

Subindu Garkhel si occupa di cotone per Fairtrade Foundation (UK). Ci spiega come siamo tutti collegati in modo invisibile con i contadini e con i lavoratori che fanno i nostri vestiti.

Come per una ragazza che cresce in India, l’immagine dei vestiti mi rimanda a quei capi fatti con amore da mia madre e ricavati dalle stoffe che compravamo nei mercati i cui colori sgargianti e i tessuti catturavano i nostri occhi. Quando sono cresciuta e i tempi sono cambiati, anche i vestiti sono diventati un’altra cosa: confezionati in tessuti, stili e colori, seguono i dettami della moda, un’altra cosa rispetto a quelli fatti a mano da me e mia madre.

Dando uno sguardo esterno a questo processo, credo che dobbiamo arrivare a immaginare che ci sono tante persone senza volto che con le loro mani hanno toccato i vestiti che indossiamo: il contadino che ha coltivato il cotone, sua moglie che l’ha raccolto e pulito, l’amico che l’ha impacchettato e caricato. Dobbiamo soffermarci sulle persone le cui mani si danno il turno per assicurarsi che le macchine lavorino a ciclo continuo, sgranando il cotone, tessendo il filo, filando i tessuti, tingendoli e stampandoli. Anche nell’ultima fase, quando il tessuto raggiunge la fabbrica per diventare abito, ci sono ancora molti passaggi per arrivare all’indumento, molte persone, molti occhi e molte dita che hanno preso parte al confezionamento dei nostri vestiti, di cui noi non siamo spesso consapevoli o soltanto riteniamo scontato questo processo.

Operaia alla macchina da cucire. Armstrong, India. Copryright Fairtrade Germania

Alla fabbrica dei vestiti

Il fatto di sentirmi collegata in qualche modo al processo di confezionamento degli abiti mi ha portato al vero cuore dell’industria dell’abbigliamento. Ho iniziato la mia carriera in una piccola azienda che lavorava allo sviluppo di prodotti per la moda per poi passare in aziende e fabbriche più grandi. Il mio lavoro mi ha portato a confrontarmi con differenti realtà che non avevano una logica di sfruttamento ma così ho iniziato a vedere come lavora l’industria. Per esempio, una delle fabbriche in cui ho lavorato assumeva continuamente lavoratori a cottimo, soltanto per poche settimane. Lo staff aveva bisogno di essere continuamente formato di volta in volta. Che senso aveva questa modalità per l’azienda e per i lavoratori che non avevano un lavoro sicuro?

Dal punto di vista dell’azienda invece, l’industria della moda passava da un fornitore a un altro anche per differenze di prezzo di un paio di penny. Non c’era un impegno a lungo termine tra chi produceva e chi commercializzava e, a ricaduta, nei confronti degli operai delle fabbriche.

Che senso ha?

Riflettendo su quel periodo, spesso mi meraviglio di come noi tutti siamo involontariamente parte del problema. Come consumatori, vediamo solo la parte finale del prodotto invece del processo che ci sta dietro. Come compratori o brand ci prendiamo cura solo del risultato. Come impiegati a tutti i livelli in questo tipo di fabbrica, ci preoccupiamo di rispettare le scadenze.

Abbiamo bisogno di una pausa e di provare a capire perché questo non funziona.

Come è possibile che una maglietta sia più economica di 10 anni fa, quando tutti i costi di produzione sono saliti? Come può una t-shirt costare meno quando tutto costa di più (cibo, carburante, viaggi)? Semplice: molte fabbriche nei paesi in via di sviluppo cercano di accaparrarsi a tutti i costi contratti di fornitura per i brand della moda puntando sull’abbassamento dei prezzi e su tempi di produzione più rapidi. E’ una situazione squilibrata che si traduce in un costo orario per gli operai di meno di 50 centesimi.
Mi chiedo: tutte queste persone che fanno i vestiti che indossiamo ogni giorno per esprimere noi stessi, riescono a sopravvivere e a condurre una vita dignitosa, guadagnando abbastanza per nutrire le loro famiglie?

Operaia in produzione – Armstrong, India, copyright Fairtrade Germania

Come possiamo rompere questo ciclo?

Il crollo della fabbrica di vestiti Rana Plaza in Bangladesh dove 1138 persone hanno perso la vita e molte di più sono rimaste ferite il 24 aprile 2013 ci ha scioccato e ha mostrato al mondo il punto di rottura del business della moda. Ci ha dimostrato che c’è urgente bisogno di trasparenza e di tracciabilità perché abbiamo perso la capacità di mettere assieme le persone che confezionano i nostri vestiti e la nostra insaziabile esigenza di essere all’ultima moda a prezzi bassi. Come Fairtrade, riusciamo a guardare ancora più in profondità lungo la filiera, dal momento che abbiamo il privilegio di incontrare regolarmente le comunità di coltivatori di cotone. Sono davvero preoccupata del fatto che troppe aziende della moda trascurino completamente i contadini che coltivano il cotone che poi utilizzano per le camice e i pantaloni che indossiamo. Anche le aziende con le migliori intenzioni e con un approccio fondato sui diritti, semplicemente non tengono conto del fattore agricoltori nella loro equazione. I contadini sono stati dimenticati e sono all’estremo capo del filo da cui prendono origine i nostri abiti. Da quando il mondo si è accorto dello sfruttamento nelle aziende come Rana Plaza, le condizioni dei lavoratori delle fabbriche sono un po’ migliorate, ma non c’è cambiamento per i contadini che sono un passaggio ancora rimosso. E ci sono più di un milione di persone coinvolte nella coltivazione del cotone (…).

Operaio maneggia il cotone – Chetna Organic, India. Copryrgiht Fairtrade International

Torniamo indietro

La maggior parte del nostro cotone viene da contadini poveri e ai margini che sono dimenticati perché molti marchi non sanno da dove arriva il loro cotone. È come se il mondo della moda si focalizzasse sul gradino finale della costruzione degli abiti ma ci sono molti altri passaggi che richiedono più trasparenza: tessitura, filatura, sgranatura e coltivazione del cotone. Quando le aziende sanno di più e rendono pubbliche le informazioni sulla loro filiera e sulle loro pratiche di business è più facile sapere dove sono i problemi e come risolverli. Questo processo li porta verso una presa di responsabilità e può cambiare le modalità in cui realizzano profitti. La trasparenza incoraggia questo cambiamento. Lo Standard Fairtrade sul cotone supporta i contadini più deboli, li rende capaci di vendere i loro beni a un prezzo dignitoso in modo che possano provvedere a se stessi e alle loro famiglie. Con il nostro nuovo Standard e programma sul tessile Fairtrade ora copre l’intera filiera. Cerca di migliorare salute e sicurezza, diritti dei lavoratori e salario dignitoso.

Contadini raccolgono il cotone – Sodefitex, Senegal – Copyright Fairtrade Irlanda

Cosa possiamo fare?

Come consumatori, ciascuno di noi ha un ruolo da giocare per essere sicuro di non sfruttare le persone che stanno dietro i nostri vestiti. Cambiamo l’industria della moda, informiamoci, e saremo certi di non essere complici del problema ma ci assicureremo che questo business sia giusto per tutti, dal contadino che coltiva il cotone, fino alle mani invisibili di chi lavora nelle fabbriche di produzione, ai modellisti, ai sarti, a chi impacchetta, agli spedizionieri, ai venditori, fino alla fine della filiera. Siate certi di comprare vestiti con cotone Fairtrade e ricordate di chiedere ai marchi: “ #whomademyclothes?”.

Questo articolo è stato pubblicato in originale su www.fairtrade.org.uk. Traduzione e adattamento Ufficio comunicazione Fairtrade Italia.

Chi ha fatto i tuoi vestiti?

Se segui a ritroso il percorso della tua t-shirt, non ti sarà difficile incontrare i piccoli contadini produttori di cotone.

Adesso smetti di leggere questo articolo e fai una ricerca su internet con la parola chiave “moda sostenibile” (non preoccuparti, saremo ancora qui quando tornerai). Scoprirai che in questo momento ha raggiunto il suo apice l’interesse per una moda più in linea con produzioni che rispettano i diritti umani, sono amiche dell’ambiente e che sostengono  una vita dignitosa per tutti. I risultati della tua ricerca saranno ricchi di idee per migliorare il tuo shopping, ridurre il tuo impatto e distinguerti.

Ci sono stati infatti molti progressi negli ultimi 5 anni dalla tragedia del Rana Plaza che ha troncato la vita di 1133 persone e ne ha minacciate altre migliaia. Sono stati presi impegni, sono state fatte ricerche, è stato pubblicizzato il cambiamento ma ci sono ancora molte cose da fare. In questo momento, è importante ricordare che noi, consumatori come me e te, abbiamo in mano un grande potere. E possiamo  influenzare l’industria della moda spingendola verso un’autentica trasparenza.

Contadini sollevano il cotone raccolto, Sodefitex, Senegal

Guarda con rispetto il tuo guardaroba

A occhio e croce una persona su sei lavora nella catena di fornitura della moda globale – l’industria che annovera il maggior numero di lavoratori dipendenti. Se inizi a sbrogliare la matassa delle filiera, ti renderai conto che la maggior parte di quei fili sono riconducibili al cotone, la più importante fibra tessile coltivata al mondo. Cerca nel tuo guardaroba. Ignora il taglio dei vestiti o come ti stanno quando ti guardi allo specchio. Che cosa realmente sai sulla provenienza dei tuoi vestiti? Su chi ha prodotto le materie prime? Versati un caffè Fairtrade e prenditi il tempo per leggere attentamente le etichette dei tuoi capi preferiti. E alla fine ti renderai conto che il lavoro di centinaia di persone ha reso possibile il confezionamento dei tuoi pantaloni.

Un ambiente ricco di sfide

Per come viene coltivato attualmente, il cotone non riesce a offrire un livello di vita decente e sostenibile a milioni di piccoli contadini nel mondo, prevalentemente in Africa e Asia. Affrontare le sfide dei coltivatori di cotone è parte integrante della creazione di una moda veramente sostenibile. I piccoli contadini sono invisibili nella catena di fornitura. Essi detengono un potere o un’influenza ridotta e sono spesso alla mercé di un mercato altamente volubile. Dal 1960, il prezzo reale del cotone è crollato del 45 per cento, da più di 3 dollari al kg a 1,73 dollari nel 2014. Anche i  sussidi per le grandi organizzazioni di produttori nei paesi ricchi influiscono sull’impoverimento dei contadini in paesi dove il cotone potrebbe crescere in modo più sostenibile. Alcuni studi hanno calcolato che la caduta dei prezzi del cotone causata dai sussidi nei paesi sviluppati è associata ad una perdita annuale del reddito dei contadini africani di 250 miliardi di dollari.

Ritratto di famiglia, Pratibha Cotton Farm, India

Il cotone convenzionale ha un contraccolpo pesante anche sull’ambiente.  Si stima che la produzione di cotone nel 2014 ha richiesto 3,3 miliardi di dollari di pesticidi inclusi molti di quelli considerati pericolosi dall’Organizzazione mondiale della sanità. Un immagazzinamento carente  e la mancanza di formazione spesso causano problemi di salute per i lavoratori. Sistemi di irrigazione inefficienti possono distruggere le riserve di acqua a livello locale e l’irrigazione a pioggia provoca la dispersione dei pesticidi e dei fertilizzanti inquinando fiumi, laghi e falde.

Un cotone commercializzato a condizioni Fair può fare la differenza

Dunque, come possiamo incidere in modo positivo sulla vita dei piccoli contadini? Fairtrade Foundation stima che una crescita dell’1 per cento del prezzo di distribuzione dei vestiti potrebbe avere come conseguenza la crescita del 10 per cento del prezzo corrisposto ai coltivatori di cotone. E’ davvero una somma trascurabile se pensiamo che spesso i distributori si prendono un margine di più della metà del prezzo finale dei prodotti in cotone. E i consumatori hanno fatto capire che potrebbero pagare di più per prodotti lavorati in modo etico che rispettano i diritti umani.

Consigli per gli acquisti

1. Cerca il marchio e poi datti da fare a casa: chiedi al tuo marchio preferito o cerca online se c’è una lista dei luoghi da cui compra il cotone.

2. Cerca prodotti che utilizzano il cotone Fairtrade: una ricerca mostra che l’impronta sociale e ambientale del cotone proveniente da contadini Fairtrade è 5 volte più bassa di quella delle produzioni convenzionali.

4. Compra meno, compra meglio: se prodotti eticamente, i vestiti sostenibili dovrebbero costare di più. Non pensare di cambiare tutto in una volta sola. Cerca i marchi, che cosa stanno facendo e trova un capo di abbigliamento da cui iniziare il tuo percorso.

5. Condividi il messaggio: partecipa alla Fashion Revolution, un  movimento globale nato per cambiare l’industria del tessile. Fai un selfie con il marchio dei tuoi vestiti e tagga il brand aggiungendo l’hashtag #chihafattoimieivestiti.

La tragedia del Rana Plaza ha rappresentato un campanello di allarme per tutto il mondo. Sono passati cinque anni ma il percorso è solo all’inizio. Il movimento per cambiare il nostro modo di produrre i vestiti diventa sempre più forte, ma abbiamo bisogno del tuo aiuto.