Cambiamento climatico: produttori in prima linea

“Non ci sono state piogge per oltre un anno. La mia azienda non può produrre abbastanza banane con questa siccità”.

Queste le parole di Hector, un piccolo produttore della Repubblica Dominicana. Quando ho visitato la sua fattoria nel settembre 2015, aveva descritto le sfide che ha dovuto affrontare per soddisfare le richieste dell’acquirente durante una siccità in corso. Le piante di banane sono incredibilmente assetate, le loro grandi foglie coriacee bevono molta acqua. Se non ne hanno abbastanza per dissetarsi, producono meno banane e più piccole.

SICCITÀ E INONDAZIONI

Di conseguenza, Hector ha dovuto utilizzare una pompa dell’acqua per irrigare ogni giorno. Non riuscendo a fare questo lavoro faticoso da solo, il figlio di 31 anni è tornato dalla capitale per aiutarlo a salvare la produzione. E poiché Hector è un membro della cooperativa Fairtrade Banelino, è riuscito ad avere un sostegno vitale, da una banca locale, per finanziare un piano di salvataggio per l’azienda agricola.

Nel 2016 le piogge sono arrivate – con una vendetta. Quando sono tornata nella Repubblica Dominicana due mesi fa, i contadini non dovevano più far fronte alla siccità, ma si trovavano alle prese con la peggiore alluvione subita in nove anni. Intere aziende agricole erano con l’acqua praticamente fino alle ginocchia. Le alluvioni possono uccidere le piante rapidamente e se l’acqua non viene drenata entro tre giorni, la pianta e la coltura vanno perse.

DANNI E PERDITE

La Dominican Banana Association, inizialmente, ha riportato che erano stati danneggiati dalle inondazioni 5,500 ettari di piantagioni e stimato perdite per 45,5 milioni di dollari. Da allora ha continuato a piovere, rendendo questa cifra più alta. Una volta drenati i campi e tagliate ed eliminate le piante morte, gli agricoltori devono fare attenzione alla sigatoka nera, un fungo devastante che si sviluppa in condizioni di umidità. Questa malattia è particolarmente minacciosa per i piccoli produttori, perché molti sono impegnati in metodi di produzione biologica e non possono spruzzare fungicidi per tenere sotto controllo la malattia.

DECISIONI DIFFICILI

Mentre le potenze internazionali continuano a teorizzare in merito ad investire nel cambiamento climatico, gli agricoltori sono in prima linea, toccati fin troppo dal suo impatto reale. Ora i coltivatori di banane della Repubblica Dominicana si trovano con redditi ridotti e, allo stesso tempo, la necessità di trovare i fondi per ricostruire le loro aziende. Ciò significa prendere decisioni difficili a casa sui soldi che possono essere tagliati per il cibo, i vestiti e l’educazione dei bambini.

Gli agricoltori non sono gli unici a soffrire. Migliaia di lavoratori delle banane non sono stati in grado di lavorare quando le aziende agricole sono state allagate e molti non sono stati pagati per i giorni che sono mancati. Un sindacato locale ha stimato che ci sono lavoratori che per i prossimi mesi saranno senza lavoro.

 

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su The Guardian il 25 gennaio 2017 ed è qui riprodotto per gentile concessione.

Traduzione: Ufficio comunicazione Fairtrade Italia.

Foreste: un patrimonio da salvare

Negli ultimi anni, quello dei cambiamenti climatici è risultato uno dei temi più controversi e dibattuti: è un fenomeno, questo, frutto di secoli di gestione irresponsabile delle risorse del Pianeta e di inquinamento su vasta scala che coinvolge tutti i Paesi del Mondo, e a cui bisogna trovare una risposta immediata.

Quando si parla di cambiamenti climatici l’attenzione è tuttavia focalizzata sull’inquinamento, sulla necessità di diminuire le emissioni e sulla conservazione tout court di piante e animali; così facendo, però, viene trascurato il ruolo fondamentale della gestione responsabile delle foreste come strumento di contrasto ai mutamenti in corso. Questo avviene, molte volte, a causa della percezione – errata – dell’equivalenza tra utilizzo responsabile del patrimonio forestale e deforestazione.

Come tutti sappiamo, la copertura forestale mondiale continua a ridursi ad un ritmo allarmante: ogni minuto perdiamo in media l’equivalente di 50 campi da calcio; ciò contribuisce a limitare la capacità delle foreste di catturare e immagazzinare il carbonio e al significativo aumento (8% circa) delle emissioni di CO2. Come può dunque l’abbattimento di alberi giovare alla salute del nostro Pianeta?

Un utilizzo responsabile delle foreste (e la salvaguardia della loro capacità di mitigare i cambiamenti climatici) parte dal riconoscimento del loro valore intrinseco: quello economico del legno, certo; ma anche le funzioni di stoccaggio del carbonio e di conservazione della biodiversità; la protezione delle acque e le rigenerazione delle falde; l’essere rifugio e fonte di cibo per animali e persone – tutti fattori che non vengono presi in considerazione dal taglio indiscriminato.

Allo stesso modo, non tutti i prodotti in carta e legno sono uguali: i label sostenibili come quello del Forest Stewardship Council® (FSC®) garantiscono la tracciabilità del prodotto che stiamo acquistando e la sua provenienza da foreste gestite secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici: un piccolo passo quotidiano per noi, un grande passo per salvaguardare le foreste e mitigare i cambiamenti climatici, verrebbe da dire.

Rimane tuttavia ancora molto da fare: pur non essendo perfetti, gli accordi presi dai vari Governi presenti lo scorso dicembre al vertice parigino sul clima COP21 hanno il merito di aver attirato forte consenso sulla percezione che le foreste – e la loro gestione responsabile siano fondamentali per rispondere alle sfide sociali, economiche e ambientali portate dai mutamenti climatici.

 

Nella foto: La comunità di Merabù, Borneo indonesiano. Photo © IAmExpedition / FSC Italia

TR4: l’ebola delle banane

Qualcuno parla di “bananageddon”: la fine delle banane. Rischiamo di rimanere senza a causa di un fungo, chiamato Tropical Race 4 (TR4), che attacca il sistema linfatico della pianta causandone la morte. Ha già messo in ginocchio intere piantagioni in Asia e se ne è parlato parecchio anche sui media. Sul Washington Post (tradotto da Il Post qui), per esempio, si sottolinea come questa strage sia da imputare al fatto che oggi il 99% delle banane commercializzate nel mondo sono del cultivar Cavendish, una monocultura in cui l’uguaglianza genetica dei frutti li rende più vulnerabili all’attacco di malattie come questa.

Secondo Franco De Panfilis di OrganicSur, uno dei storici licenziatari Fairtrade per le banane bio, questa epidemia è “l’ebola delle banane”. Come il virus tropicale sta colpendo un’area specifica, il Sud-Est Asiatico, propagandosi velocemente nonostante i cosiddetti corridoi ecologici – aree dedicate a coltivazioni diverse che dovrebbero evitare l’espandersi delle epidemie. “Immaginateli come le piste tagliafuoco dei nostri boschi, che servono a evitare il propagarsi degli incendi: la TR4 per i bananeti è un incendio che le piste tagliafuoco della biodiversità non riescono a fermare”, spiega De Panfilis.

Come l’ebola, il Fusarium oxysporum, la specie di fungo di cui la varietà TR4 fa parte, è difficile da curare: anche una volta eradicate le piante malate, le spore rimangono nell’acqua e nel terreno rendendo altamente probabile il ritorno della malattia.

Come per l’ebola, secondo De Panfilis, la vera soluzione è circoscrivere l’epidemia evitando di dover ricorrere a una “soluzione all’americana” con lo sviluppo di una banana OGM resistente al fungo.  Ci vogliono contromisure immediate per affrontare la diffusione della TR4, come controlli fitosanitari più accurati alle frontiere. Appena rientrato dalla zona di Piura, in Perù, dove OrganicSur ha una propria sede e personale a supporto dei produttori locali nelle loro coltivazioni biologiche, De Panfilis racconta che dal vicino Ecuador entra in Perù materiale vivaistico sul quale vengono fatti controlli fitopatologici scarsi e non accurati. De Panfilis auspica un sistema di vivai certificati e garantiti, dove la sanità delle piante venga controllata prima dell’esportazione.

“C’è chi pensa al peggio, se questi controlli non vengono applicati subito, ma alla fine forse sarà la natura a debellare la TR4, piuttosto che la previdenza o la sapienza dell’uomo. Può darsi che quello che ci aspetta sul lungo periodo sia lo spostamento massiccio delle coltivazioni di banane in zone semidesertiche, dove un clima meno umido impedisce la diffusione di questo e altri funghi.”

 

Nella foto: confezionamento delle banane nella cooperativa APBOSMAM, Perù. Foto di Santiago Engelhardt