15 Aprile 2015

“I produttori qui per anni non hanno avuto vita facile: non c’erano soldi né per rinnovare le tecniche di produzione né per migliorare le coltivazioni. E le avverse condizioni metereologiche non ci consentivano di pianificare il nostro futuro”. A parlare è Alfredo Ortega, da sempre la voce dei coltivatori di canna da zucchero del Belize e protagonista delle loro piccole grandi battaglie nel piccolo Stato del Centro America tra il Messico, il Mar dei Caraibi e il Guatemala.

Filiere di approvvigionamento molto rigide e la dipendenza da colossi industriali del settore sono solo alcuni dei problemi che i produttori di canna da zucchero sono costretti ad affrontare quotidianamente. E questo non accade solo in Belize. L’80% dello zucchero prodotto a livello mondiale deriva proprio dalla canna da zucchero, che viene coltivata in molti Paesi in via di sviluppo dove essa rappresenta una risorsa fondamentale per le economie locali. A Cuba, ad esempio, vale per il 70% dell’export. E in Belize il 40%. Proprio quest’ultimo paese dove la lingua ufficiale, l’inglese, è retaggio di un passato da colonia britannica, rappresenta uno dei principali fornitori della dolce materia prima per il Regno Unito e l’Europa. E sempre qui tutta la sua commercializzazione avviene attraverso l’azienda pubblica, la Belize Sugar Industries che, di fatto, ha monopolizzato il settore dettando il bello e il cattivo tempo: i produttori, circa 40-50 mila persone su una popolazione di 325.000, per vendere sono costretti a passare attraverso l’azienda che dispone degli unici impianti di lavorazione, e impone anche il prezzo con cui vengono pagati gli agricoltori.

Alfredo Ortega, vice presidente dell’associazione locale di produttori BSCFA (Belize Sugar Cane Farmers Association) racconta delle condizioni in cui versavano i contadini del “Land” dello zucchero, un vero e proprio distretto di produzione della canna, che, per vivere, dovevano compensare gli scarsi raccolti attraverso l’impiego in altre attività: “Il guadagno che ricavavamo dallo zucchero non bastava. Negli ultimi anni siamo anche stati colpiti dall’aumento dei costi del carburante e dei fertilizzanti. Le famiglie non erano più in grado di pagare l’istruzione scolastica ai loro figli, che si trovavano costretti a interrompere il ciclo di studi”.

Nel 2008 arriva Fairtrade e le condizioni di vita dei circa 5.000 associati di BSCFA cambiano radicalmente. Un programma tecnico e uno sociale accompagnano il percorso verso la certificazione internazionale del commercio equo che rende BFCSA più forte e competitiva anche sui mercati europei. “Per noi, Fairtrade ha rappresentato un nuovo inizio e ha dato un futuro all’industria dello zucchero. Prima di tutto, grazie al supporto tecnico, ora siamo in grado di produrre di più e meglio: l’impatto sul reddito dei contadini è diventato significativo”. Il supporto si è tradotto nell’assunzione di 18 tecnici agricoli, nel miglioramento del processo di raccolta e di conferimento per la trasformazione, in programmi di formazione per la sicurezza. Le analisi svolte sui terreni hanno consentito di identificare i bisogni specifici e di intervenire nel modo più opportuno.

L’intervento sociale si è concentrato sulle scuole e sui luoghi di aggregazione: borse di studio, fondi per la ristrutturazione, sostegno ai gruppi giovanili, alle donne, agli anziani, ai disabili e alle famiglie più povere e alla costruzione di una biblioteca comune. Si è provveduto inoltre alla manutenzione delle strade e all’installazione di una cisterna per l’acqua.

Sono piccoli passi, ma che hanno aperto la strada ad un nuovo corso per i produttori.

Questo articolo è apparso originariamente su Expo Net.

Foto di James A. Rodríguez

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