Prevenire le migrazioni dei disperati: con il commercio equo si può

12 agosto 2018

Creare occupazione per prevenire le ragioni economiche dei fenomeni migratori si può, proprio in quegli Stati africani da dove proviene buona parte delle persone che sbarcano sulle nostre coste, secondo i dati del Ministero dell’Interno: Costa d’Avorio, Mali, Eritrea, Nigeria… E si può fare attraverso Fairtrade che offre come modello di sviluppo “commercio, non aiuto” (secondo la frase che meglio rappresenta il movimento del commercio equo e solidale) accompagnando i produttori agricoli a stare in piedi da soli. E’ un percorso di emancipazione che va oltre l’assistenza per creare opportunità commerciali, sbocchi per i prodotti agricoli a condizioni “giuste”, ovvero senza sfruttamento delle persone e dell’ambiente in cui vivono. Insomma, perché le persone possano vivere nella loro terra, utilizzando le risorse offerte dal loro paese, devono essere pagate di più per il loro lavoro.

Mamadou Savane, 43 anni, tre figli, fa formazione sullo sviluppo sostenibile e la certificazione ai produttori di Ecookim (Costa D’Avorio)

L’impatto di Fairtrade nei paesi dell’Africa

Fairtrade lo dimostra dati alla mano, anche con i numeri dell’ultimo report  sull’impatto del suo sistema, Monitoring the scope and benefits of Fairtrade. Dall’Africa provengono più di un milione di produttori agricoli e di lavoratori certificati Fairtrade riuniti in 375 organizzazioni di cui 268 sono di piccoli produttori (ovvero persone che possiedono sotto i 2 ettari a testa) e 107 di lavoratori salariati. Nel 2015 (ultimo dato pubblicato), sono stati versati alle organizzazioni africane 27 milioni di euro sotto forma di “Premio”, una somma ulteriore garantita dal sistema oltre al Prezzo Minimo che viene fissato insieme agli stessi agricoltori e che varia da contesto a contesto. I prodotti principali coltivati in Africa a condizioni Fairtrade sono cacao, fiori e tè.

Bambini della scuola elementare, sovvenzionata grazie al Premio Fairtrade di Ecookim

In Costa D’Avorio

È qui che si cerca di creare sviluppo, in Paesi come il Costa D’Avorio, dove il tasso di analfabetismo è ancora del  50%, dove il lavoro minorile è una pratica diffusa per concorrere al reddito familiare perché i piccoli campi faticano a rendere a sufficienza per sfamare una famiglia. Come se non bastasse, la guerriglia civile irrompe nella vita delle persone rendendola perennemente precaria. Ma se si guarda all’esperienza di Ecookim, una delle più grandi organizzazioni di produttori di cacao del Costa D’Avorio, (solo per fare un esempio) si vede un modello che funziona e che aiuta a prevenire la fuga dei giovani dalle campagne per andare verso le baraccopoli delle città, o più lontano, in occidente. Qui a Ecookim, che dal 2010 raggruppa  più di 2000 piccoli agricoltori proprietari della terra e circa 800 lavoratori, il cacao è diventato per davvero fonte di sviluppo e non di sfruttamento. Grazie all’affiancamento di Fairtrade Africa, network di produttori locali (che ha proposto formazione in buone pratiche agricole, accesso al mercato, gestione e organizzazione) e all’impegno di acquisto delle aziende di trasformazione del cacao, i soci di Ecookim possono guardare con più fiducia al loro futuro. “Finché facciamo parte della cooperativa le mie figlie possono andare a scuola. Ogni giorno lavoro con mio marito nei campi di cacao ma ho cominciato a coltivare anche il mio cacao” dice Margarite Lalatu, una dei soci di Ecookim. E questo è solo un esempio di come garantendo sviluppo locale e mercato, le persone possano sperare in un domani migliore, nel proprio Paese.