Moda sostenibile: dobbiamo guardare a tutta la filiera

26 ottobre 2018

Subindu Garkhel si occupa di cotone per Fairtrade Foundation (UK). Ci spiega come siamo tutti collegati in modo invisibile con i contadini e con i lavoratori che fanno i nostri vestiti.

Come per una ragazza che cresce in India, l’immagine dei vestiti mi rimanda a quei capi fatti con amore da mia madre e ricavati dalle stoffe che compravamo nei mercati i cui colori sgargianti e i tessuti catturavano i nostri occhi. Quando sono cresciuta e i tempi sono cambiati, anche i vestiti sono diventati un’altra cosa: confezionati in tessuti, stili e colori, seguono i dettami della moda, un’altra cosa rispetto a quelli fatti a mano da me e mia madre.

Dando uno sguardo esterno a questo processo, credo che dobbiamo arrivare a immaginare che ci sono tante persone senza volto che con le loro mani hanno toccato i vestiti che indossiamo: il contadino che ha coltivato il cotone, sua moglie che l’ha raccolto e pulito, l’amico che l’ha impacchettato e caricato. Dobbiamo soffermarci sulle persone le cui mani si danno il turno per assicurarsi che le macchine lavorino a ciclo continuo, sgranando il cotone, tessendo il filo, filando i tessuti, tingendoli e stampandoli. Anche nell’ultima fase, quando il tessuto raggiunge la fabbrica per diventare abito, ci sono ancora molti passaggi per arrivare all’indumento, molte persone, molti occhi e molte dita che hanno preso parte al confezionamento dei nostri vestiti, di cui noi non siamo spesso consapevoli o soltanto riteniamo scontato questo processo.

Operaia alla macchina da cucire. Armstrong, India. Copryright Fairtrade Germania

Alla fabbrica dei vestiti

Il fatto di sentirmi collegata in qualche modo al processo di confezionamento degli abiti mi ha portato al vero cuore dell’industria dell’abbigliamento. Ho iniziato la mia carriera in una piccola azienda che lavorava allo sviluppo di prodotti per la moda per poi passare in aziende e fabbriche più grandi. Il mio lavoro mi ha portato a confrontarmi con differenti realtà che non avevano una logica di sfruttamento ma così ho iniziato a vedere come lavora l’industria. Per esempio, una delle fabbriche in cui ho lavorato assumeva continuamente lavoratori a cottimo, soltanto per poche settimane. Lo staff aveva bisogno di essere continuamente formato di volta in volta. Che senso aveva questa modalità per l’azienda e per i lavoratori che non avevano un lavoro sicuro?

Dal punto di vista dell’azienda invece, l’industria della moda passava da un fornitore a un altro anche per differenze di prezzo di un paio di penny. Non c’era un impegno a lungo termine tra chi produceva e chi commercializzava e, a ricaduta, nei confronti degli operai delle fabbriche.

Che senso ha?

Riflettendo su quel periodo, spesso mi meraviglio di come noi tutti siamo involontariamente parte del problema. Come consumatori, vediamo solo la parte finale del prodotto invece del processo che ci sta dietro. Come compratori o brand ci prendiamo cura solo del risultato. Come impiegati a tutti i livelli in questo tipo di fabbrica, ci preoccupiamo di rispettare le scadenze.

Abbiamo bisogno di una pausa e di provare a capire perché questo non funziona.

Come è possibile che una maglietta sia più economica di 10 anni fa, quando tutti i costi di produzione sono saliti? Come può una t-shirt costare meno quando tutto costa di più (cibo, carburante, viaggi)? Semplice: molte fabbriche nei paesi in via di sviluppo cercano di accaparrarsi a tutti i costi contratti di fornitura per i brand della moda puntando sull’abbassamento dei prezzi e su tempi di produzione più rapidi. E’ una situazione squilibrata che si traduce in un costo orario per gli operai di meno di 50 centesimi.
Mi chiedo: tutte queste persone che fanno i vestiti che indossiamo ogni giorno per esprimere noi stessi, riescono a sopravvivere e a condurre una vita dignitosa, guadagnando abbastanza per nutrire le loro famiglie?

Operaia in produzione – Armstrong, India, copyright Fairtrade Germania

Come possiamo rompere questo ciclo?

Il crollo della fabbrica di vestiti Rana Plaza in Bangladesh dove 1138 persone hanno perso la vita e molte di più sono rimaste ferite il 24 aprile 2013 ci ha scioccato e ha mostrato al mondo il punto di rottura del business della moda. Ci ha dimostrato che c’è urgente bisogno di trasparenza e di tracciabilità perché abbiamo perso la capacità di mettere assieme le persone che confezionano i nostri vestiti e la nostra insaziabile esigenza di essere all’ultima moda a prezzi bassi. Come Fairtrade, riusciamo a guardare ancora più in profondità lungo la filiera, dal momento che abbiamo il privilegio di incontrare regolarmente le comunità di coltivatori di cotone. Sono davvero preoccupata del fatto che troppe aziende della moda trascurino completamente i contadini che coltivano il cotone che poi utilizzano per le camice e i pantaloni che indossiamo. Anche le aziende con le migliori intenzioni e con un approccio fondato sui diritti, semplicemente non tengono conto del fattore agricoltori nella loro equazione. I contadini sono stati dimenticati e sono all’estremo capo del filo da cui prendono origine i nostri abiti. Da quando il mondo si è accorto dello sfruttamento nelle aziende come Rana Plaza, le condizioni dei lavoratori delle fabbriche sono un po’ migliorate, ma non c’è cambiamento per i contadini che sono un passaggio ancora rimosso. E ci sono più di un milione di persone coinvolte nella coltivazione del cotone (…).

Operaio maneggia il cotone – Chetna Organic, India. Copryrgiht Fairtrade International

Torniamo indietro

La maggior parte del nostro cotone viene da contadini poveri e ai margini che sono dimenticati perché molti marchi non sanno da dove arriva il loro cotone. È come se il mondo della moda si focalizzasse sul gradino finale della costruzione degli abiti ma ci sono molti altri passaggi che richiedono più trasparenza: tessitura, filatura, sgranatura e coltivazione del cotone. Quando le aziende sanno di più e rendono pubbliche le informazioni sulla loro filiera e sulle loro pratiche di business è più facile sapere dove sono i problemi e come risolverli. Questo processo li porta verso una presa di responsabilità e può cambiare le modalità in cui realizzano profitti. La trasparenza incoraggia questo cambiamento. Lo Standard Fairtrade sul cotone supporta i contadini più deboli, li rende capaci di vendere i loro beni a un prezzo dignitoso in modo che possano provvedere a se stessi e alle loro famiglie. Con il nostro nuovo Standard e programma sul tessile Fairtrade ora copre l’intera filiera. Cerca di migliorare salute e sicurezza, diritti dei lavoratori e salario dignitoso.

Contadini raccolgono il cotone – Sodefitex, Senegal – Copyright Fairtrade Irlanda

Cosa possiamo fare?

Come consumatori, ciascuno di noi ha un ruolo da giocare per essere sicuro di non sfruttare le persone che stanno dietro i nostri vestiti. Cambiamo l’industria della moda, informiamoci, e saremo certi di non essere complici del problema ma ci assicureremo che questo business sia giusto per tutti, dal contadino che coltiva il cotone, fino alle mani invisibili di chi lavora nelle fabbriche di produzione, ai modellisti, ai sarti, a chi impacchetta, agli spedizionieri, ai venditori, fino alla fine della filiera. Siate certi di comprare vestiti con cotone Fairtrade e ricordate di chiedere ai marchi: “ #whomademyclothes?”.

Questo articolo è stato pubblicato in originale su www.fairtrade.org.uk. Traduzione e adattamento Ufficio comunicazione Fairtrade Italia.