Il cioccolato è un prodotto di lusso?

23 luglio 2018

Per la maggior parte delle persone mangiare cioccolato significa concedersi un momento di piacere. Ma per milioni di piccoli agricoltori che producono la maggior parte del cacao mondiale è solo sinonimo di povertà.

Secondo una ricerca recente di Fairtrade International, il reddito medio di una famiglia di coltivatori di cacao in Costa d’Avorio – il Paese che più di ogni altro al mondo lo produce – è solo di 2.707 dollari l’anno, una cifra pericolosamente vicina alla soglia di povertà di 2.276 dollari. La ricerca ha scoperto che di oltre 3000 famiglie, solo il 12% vive con un reddito dignitoso.

Se vogliamo il meglio per il futuro del cioccolato, dobbiamo lavorare affinché tutti possano beneficiarne – dal piccolo agricoltore dell’Africa occidentale al bambino che condivide la sua tavoletta con l’amico.

Draman Sesame di Ecookim, organizzazione di produttori della Costa D’Avorio

Grandi consumi per redditi troppi piccoli

Si stima che un americano medio consumi più di 4 kg di cioccolato l’anno; il mercato del cioccolato ha raggiunto i 17,6 miliardi di dollari nel 2016. I grandi volumi e la continua crescita sono stati una pacchia per le aziende in giro per il mondo, ma molto meno per un numero compreso tra 40 e 50 milioni di agricoltori e le loro famiglie, la cui sopravvivenza dipende dal cacao.

La ricerca di Fairtrade è stata inclusa nel recente Cocoa Barometer 2018, pubblicato ogni due anni da un consorzio di organizzazioni della società civile. La portata e la dimensione dei problemi in questo settore è sconvolgente: nelle sole Costa d’Avorio e Ghana, si stima che siano 2,1 milioni i bambini impiegati nel pericoloso lavoro nei campi. La famiglia media di coltivatori di cacao in Costa d’Avorio guadagna solo il 37% di un reddito dignitoso. L’età media di un agricoltore in Ghana – il secondo maggior paese produttore – è di 52 anni, e pochi giovani ritengono attraente l’agricoltura.

Eppure, la nostra ricerca ha dimostrato che il cacao continua ad essere la migliore tra le poche opzioni a disposizione dei piccoli coltivatori. In Costa d’Avorio, che produce il 40% di tutto il cacao, non ci sono alternative che diano agli agricoltori dei redditi relativamente stabili e la possibilità di essere sicuri della proprietà della propria terra. Ma basare la proprio sopravvivenza sulla “meno peggio” delle opzioni raramente ha portato a buoni affari.

Una coltivatrice di Kapatchiva, cooperativa di più di 500 membri che fa parte di Ecookim, organizzazione certificata Fairtrade in Costa D’Avorio.

Lavoro minorile e deforestazione

Il Cocoa Barometer evidenzia un fallimento  sistemico nel commercio del cacao: il rischio economico è stato costantemente spinto verso il basso della filiera, causando uno sforzo insostenibile per i fragili redditi degli agricoltori. La povertà che ne risulta porta con sé numerose implicazioni: bambini costretti al lavoro nei campi per aiutare le loro famiglie; deforestazione incontrollata di aree protette nel disperato tentativo di strappare terra per la coltivazione del cacao. Una popolazione di agricoltori sempre più anziani, con scarso ricambio generazionale.

L’industria è consapevole di queste sfide e negli anni scorsi ha risposto lavorando sul miglioramento della produttività e sulla diversificazione delle colture. È vero, sono passi importanti. Mediamente un’azienda agricola della Costa d’Avorio raccoglie metà di quello che potrebbe ottenere con una buona formazione, dei fertilizzanti e altre risorse. La diversificazione delle colture aiuta le famiglie a diminuire la loro dipendenza da un solo prodotto.

Ma la nostra ricerca dimostra che, anche se i produttori triplicassero i loro raccolti, ancora non raggiungerebbero un reddito dignitoso. Questo focus sulla produttività porta più benefici ai trader e a i consumatori che agli agricoltori. Lo scorso anno i produttori hanno visto i prezzi del cacao, già molto bassi, scendere ancora del 36%. Alle radici dei problemi del cacao c’è il prezzo con cui vengono pagati i produttori.

Ecojad, cooperativa certificata Fairtrade in Costa D’Avorio, fa parte di Ecookim

Un argomento tabù

Fino a poco tempo fa, il prezzo è stato un argomento tabù nell’industria del cacao; il mercato non può sbagliarsi. Il Cocoa Barometer mostra che le altre soluzioni sono state inefficaci – l’unico intervento importante ancora possibile è quello sul prezzo. Se vogliamo che l’industria del cacao prosperi, dobbiamo essere disposti a pagare i coltivatori di più per il rischio che si assumono come imprenditori. Significa un prezzo che consenta loro di mandare i figli a scuola, proteggere l’ecosistema locale e che renda il cacao un’opzione percorribile per i giovani.

La nuova strategia di Fairtrade

Noi di Fairtrade stiamo lanciando una nuova strategia sul cacao che metta le basi verso il reddito dignitoso, attraverso un approccio che includa produttività, efficienza dei costi e vendite secondo i termini Fairtrade. Fairtrade è l’unica certificazione che richiede alle aziende di pagare almeno un Prezzo minimo e il Premio. Ora siamo impegnati a sviluppare un nuovo modello di determinazione dei prezzi che abbia come riferimento i livelli di reddito dignitoso. Lo scorso anno le vendite di cacao certificato Fairtrade sono cresciute di altre il 25% raggiungendo più di 13 milioni di tonnellate. E nonostante rappresenti solo una parte del mercato totale del cacao, questa grande crescita dimostra che i consumatori sono pronti e disposti ad acquistare cioccolata che faccia bene anche ai coltivatori. Pensiamo che gli amanti di cioccolato di tutto il mondo possano  spingere in favore di un reddito dignitoso per i produttori.

La prossima volta che acquisti cioccolata, fermati un attimo nella corsia del supermercato e rifletti sulla provenienza di quello che ti fa stare così bene. Cerca le opzioni Fairtrade, che pagano un miglior prezzo ai coltivatori. E chiediti: sono disposto a pagare il vero valore della cioccolata? Perché sappiamo già che i coltivatori stanno dando tutto ciò che hanno.

Di Hans Theyer, direttore esecutivo di Fairtrade America (pezzo pubblicato sul Washington Post, traduzione Ufficio comunicazione Fairtrade Italia)