Non pensarci proprio, a parcheggiare qui!

30 settembre 2015

Nei giorni scorsi, un team di Fairtrade è stato alle Nazioni Unite a New York, per partecipare alle discussioni sull’adozione del nuovo quadro di riferimento globale, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG – Sustainable Developmente Goals), detti anche Global Goals. Tim Aldred, responsabile ufficio Policy e Ricerca dell’inglese Fairtrade Foundation, ci aggiorna:

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Qui a New York i segnali stradali sono molto schietti. Mentre ero in fila per il mio pass all’ONU e mi guardavo intorno tra i grattacieli, ho notato un esempio perfetto: “Don’t even THINK of parking here!” – “Non PENSARCI nemmeno, a parcheggiare qui!”.

Praticamente te lo grida in faccia.

È anche un bel messaggio per i vari Capi di Governo che, numerosi, si sono rivelati sostenitori dei nuovi obiettivi globali e hanno iniziato il processo che li metterà in pratica.

Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha parlato di “crescita inclusiva che vada a vantaggio di tutti, non solo di pochi”, e naturalmente Papa Francesco, arrivato con una Fiat 500, ha auspicato che i diritti ambientali siano elevati al livello dei diritti umani.

Giustamente, questo ambizioso gruppo di obiettivi, sui quali si sono trovati d’accordo tutti i 193 stati membri, è stato molto celebrato. I Global Goals chiedono ai governi di “non lasciare indietro nessuno” – di raggiungere gli 800 milioni di persone nel mondo che non hanno abbastanza cibo, le centinaia di migliaia senza pace, sicurezza e diritti umani, i miliardi che non hanno un lavoro dignitoso e tutti noi che, se non riusciamo a combattere il cambiamento climatico, andremo incontro a una catastrofe ambientale.

Eppure, da parte di molti osservatori della società civile, compresi noi di Fairtrade, le celebrazioni sono state smorzate dalla preoccupazione che nel momento decisivo e più difficile, i governi che questa settimana hanno fatto la fila per mettere la firma possano non farcela.

Prendete il cambiamento climatico: prima della conferenza di Copenhagen del 2010 c’era una grande pressione sui governi mondiali perché chiudessero accordi ambiziosi e vincolanti, eppure il risultato è stato insipido e inefficace rispetto alle crescenti emissioni di carbonio. Quando sono arrivati al punto, il costo a breve termine era troppo alto perché i politici si accordassero, nonostante le pressioni del mondo scientifico e dell’opinione pubblica.

Gli SDG sono molto ambiziosi. Devono esserlo. Si impegnano a mettere fine alla fame, alla povertà e ai danni ambientali, a sconfiggere la violenza contro i diritti umani e a sviluppare pace e giustizia.

Ma non sono legalmente vincolanti: c’è un forte incentivo all’azione, ma non obbligatorietà. Come ha detto Amina Mohammed, Consigliere Speciale del Segretario generale dell’ONU sugli SDG, davanti alle Organizzazioni della Società Civile domenica, subito dopo il discorso di Obama: “l’accountability, la responsabilità di rispondere delle azioni messe in campo, è il vero nodo irrisolto”. In altre parole, cosa succede a quelli che non fanno la propria parte?

E poi gli obiettivi si pagano. Gli aiuti umanitari si misurano in centinaia di milioni di euro l’anno, ma il costo per realizzare i nuovi obiettivi è più vicino ai tre miliardi di dollari all’anno. È una grossa sfida, e uno dei motivi principali per cui i governi stanno corteggiando il settore privato. La finanza e il commercio privati vengono visti come la fonte del denaro che serve a mandare avanti le cose.

In linea di principio, non è una cosa cattiva. Tra le cose che i piccoli agricoltori Fairtrade vogliono di più ci sono l’accesso al mercato e prezzi dignitosi – se solo portassimo una parte del mondo economico e finanziario mondiale a lavorare per le persone più povere, potrebbero cambiare molte cose. Abbiamo urgentemente bisogno di aziende innovatrici, preparate a fare di più per gli agricoltori e i lavoratori della loro filiera; che abbiano voglia di investire e affrontare le questioni riguardanti i diritti umani dei lavoratori, e in particolari delle donne, dei bambini e dei migranti che lavorano; preparate a investire sulle sfide ambientali – e a sostegno di tutto ciò, pronte a pagare un prezzo equo e sostenibile per le merci che acquistano.

È sicuramente necessario uno studio di fattibilità economica. Però dobbiamo anche essere consapevoli che occuparci delle ingiustizie che interessano miliardi di persone è una cosa che riguarda tutti noi – e che nella filiera che porta il cibo e gli altri prodotti nei nostri negozi c’è il dovere dello sviluppo e il diritto di coloro che oggi non vengono trattati equamente.

Perciò grazie a dio per la presenza dei rappresentanti della Società Civile. In una serie di autorevoli interventi nel corso delle diverse sessioni e degli altri eventi, molti hanno parlato della propria esperienza di ingiustizia e sottosviluppo tenendo alta l’attenzione dei delegati su ciò che è davvero importante.

Un delegato di una organizzazione della società civile delle Isole del Sud (Nuova Zelanda), ha chiesto come mai sia così debole la risposta alle migrazioni, considerato che le cause sono i mezzi di sostentamento distrutti dal cambiamento climatico e filiere dai prezzi troppo bassi perché i salari siano oltre la soglia della povertà.

La ONG inglese Safeworld ha posto la questione di un obiettivo di pace e giustizia quando le armi vengono vendute a più non posso e quando la spesa per la difesa e di tredici volte superiore alla spesa per lo sviluppo.

La Caritas del Ghana ha chiesto come faranno i governi ad assicurarsi che le partnership economiche portino sviluppo e non solo investimenti.

Il delegato di una organizzazione nigeriana ha detto che i governi hanno dato alle persone del mondo una cambiale che deve essere pagata.

Il premio Nobel indiano Kailash Satyarthi ha chiesto alle realtà economiche di occuparsi dei diritti dei bambini e del lavoro minorile nelle filiere produttive.

Perciò il difficile comincia adesso. Governi, aziende e – sì, anche la società civile devono stabilire dei programmi di azione trasparenti e prendersi la responsabilità di quello che faranno.

Vogliamo darci dentro e gli agricoltori e i lavoratori Fairtrade saranno al centro delle nostre azioni per i Global Goals. Come primo passo, Fairtrade International lancerà un report sulla rilevanza di Fairtrade e sulle opportunità per i governi di lavorare con noi per raggiungere i nuovi obiettivi. Il lancio coinciderà con il Fairtrade Day all’esposizione universale di Milano il 14 ottobre.

In ogni caso, non sono solo i Ministri per lo sviluppo che devono muoversi. Kajsa Olofsgard, l’Ambasciatrice svedese per il Post-2015, a un incontro a margine del summit ha detto che “la coerenza politica per lo sviluppo sostenibile è lo strumento principale”. È quasi uno scioglilingua, ma significa una cosa semplice. Qualsiasi cosa tu faccia come governo, sia nel commercio, nella finanza, nell’agricoltura, nella sanità o ovunque altro, pensa all’effetto che ciò avrà sui più poveri. E poi agisci in modo che loro vengano prima.

Perciò non PENSARCI nemmeno, a parcheggiare la tua limousine diplomatica qui. Sì, è stato un bel summit, ma adesso è ora di muoversi.

 

Questo post è stato pubblicato la prima volta sul sito di Fairtrade International. Traduzione e adattamento: Ufficio comunicazione Fairtrade Italia. Foto di Tim Aldred.