Il clima colpisce in Kenya

10 dicembre 2015

Quando un europeo porta alle labbra una tazza di tè fumante, probabilmente i cambiamenti climatici sono l’ultima delle cose che gli passano per la testa. Ma per noi agricoltori keniani che coltiviamo le preziose foglie, il cambiamento climatico è una minaccia quotidiana. Non solo per le nostre colture, ma anche per la nostra stessa vita. Negli ultimi anni l’impatto è stato particolarmente intenso.

L’aspetto dove il cambiamento climatico ha inciso maggiormente, che poi è importantissimo per i contadini, è la ciclicità delle piogge, diventata così imprevedibile che non sappiamo più quando seminare. Quest’anno non è mai piovuto per quattro mesi, da gennaio ad aprile. È molto strano, visto che quella è la stagione delle piogge in Kenya. All’altro estremo, abbiamo avuto anche inusuali periodi di gelo e grandine.

Qualsiasi contadino vi dirà che seminare durante un periodo secco è folle. E anche quando corri questo rischio, se vieni colpito dal gelo o dalla grandine i germogli di tè si rovineranno irrimediabilmente. In entrambi i casi, perdi la tua coltura da reddito e ci possono volere mesi, se non anni, per riprendersi da un colpo come questo. Già da un po’ sappiamo che il 2015 sarà disastroso per la produzione.

Il Kenya è uno dei 20 paesi più colpiti dai cambiamenti climatici e alcuni studi dimostrano che le zone dedicate alla coltivazione del tè in Kenya sono destinate a perdere il 40% dei terreni adatti a questa coltura a causa dei cambiamenti climatici.

Non possiamo permetterci di stare seduti ad aspettare che i leader del mondo facciano qualcosa. La nostra cooperativa rappresenta più di 6000 piccoli agricoltori che già sentono gli effetti del cambiamento climatico: non abbiamo altra scelta che trovare una soluzione per questa sfida.

Con il supporto di partner come Fairtrade International e di clienti come CaféDirect abbiamo iniziato a lavorare sull’adattamento. Lo scorso anno, attraverso il progetto AdapTea abbiamo fatto attività di formazione sui rischi del cambiamento climatico e sui metodi di adattamento. Questa esperienza ha dimostrato che la conoscenza è potere, soprattutto per quei contadini che adesso sanno di poter fare qualcosa e passano le loro competenze ad altri.

Dopo la formazione abbiamo dato il via a un progetto di riforestazione: in vivaio stiamo facendo crescere delle piante che gli agricoltori possono coltivare  insieme al tè – 150.000 sono state già messe a dimora. Sono alberi che offrono ombra alle piante di tè, e le proteggono dalla grandine e dal gelo. Per ridurre la deforestazione stiamo anche introducendo delle stufe a legna più efficienti per cucinare.

Incoraggiamo gli agricoltori a diversificare le colture, inserendone di meno sensibili alla siccità. Come la manioca, che possono sia mangiare sia vendere durante la stagione secca. Alcuni hanno anche iniziato un’attività di apicoltura per la produzione e la vendita del miele, o coltivano banane per l’autoconsumo o per avere un’ulteriore fonte di reddito.

Stiamo facendo tutti gli sforzi possibili per adattarci ma abbiamo ancora bisogno di supporto. Ci sono più di mezzo milione di piccoli coltivatori di tè in Kenya, e tutti dipendono dal tè come principale fonte di reddito per le loro famiglie. Inoltre dobbiamo essere certi che i fondi promessi per i paesi in via di sviluppo vengano effettivamente assegnati, e che arrivino ai piccoli produttori come noi, in prima linea contro i cambiamenti climatici.

Come piccoli agricoltori, i nostri mezzi sono limitati: vogliamo fortemente lavorare per adattarci, ma non possiamo farlo da soli. Ecco perché sono a COP21 di Parigi. Dobbiamo essere sicuri che venga stretto un accordo sul clima ambizioso e vincolante, per mantenere il riscaldamento globale sotto ai 2 gradi. In caso contrario, non c’è alcuna speranza che i contadini come me continuino a produrre quel tè che sia gli europei sia i kenioti amano così tanto.

Questo articolo è comparso per la prima volta sul Guardian il 30 novembre 2015. Traduzione: ufficio comunicazione Fairtrade Italia.

Nella foto: Victor Biwot. Foto di Vicky Pauschert.