Filiere con piccole impronte

1 ottobre 2015

Poche filiere sono più globali di quella della banana.
Sebbene la sua origine sia da ricercare in Oceania (Australia o Papau Nuova Guinea), oggi oltre 100 paesi la producono commercialmente. Tra questi, India e Cina sono i maggiori produttori mondiali. I dati, tuttavia, evidenziano come i maggiori esportatori siano i paesi del Sud America verso i due principali mercati: quello statunitense e quello europeo, ciascuno dei quali importa oltre un quarto delle banane prodotte ogni anno.

Dalla produzione delle banane dipende la sussistenza di milioni di piccoli agricoltori nelle piantagioni di tutte le regioni tropicali del pianeta, per molti dei quali la banana rappresenta anche un alimento di base imprescindibile.
Fairtrade è da sempre in prima linea per garantire i diritti dei piccoli produttori e agricoltori ad avere salari accettabili, possibilità di riscatto sociale, diritto ad organizzarsi e condizioni di vita e lavoro salutari. Anche l’empowerment femminile è una priorità, così come la salvaguardia dell’ambiente e del clima.

Produrre banane, trasportarle e persino consumarle, infatti, genera impatti sull’ambiente locale e sul clima globale.
A meno di dieci settimane dalla COP di Parigi a dicembre (la conferenza globale che è, probabilmente, l’ultima chance di definire la risposta planetaria alla grave minaccia del cambiamento climatico), il 14 Ottobre ad Expo, Fairtrade e CarbonSink (la start-up innovativa che sviluppa strategie aziendali di sostenibilità) suggellano la loro partnership proponendo opportunità, benefici e prospettive derivanti dalla lotta al cambiamento climatico e dall’integrazione della Carbon Finance nelle filiere agroalimentari Fairtrade.

Un chilogrammo di banane ha una carbon footprint (o “impronta di carbonio”, cioè la quantità di gas ad effetto serra associati ad un prodotto o servizio, di cui la anidride carbonica è il principale) di 765 grammi; circa la stessa quantità di gas serra che emettiamo percorrendo 4 chilometri con la nostra auto, guardando per quasi un’ora la TV o prendendo 20 espresso al bar. La maggior parte di queste emissioni (il 43%) è causata dal trasporto della banana sino alle nostre tavole, seguita dalla fase di coltivazione (23%), dalla lavorazione e packaging (13%) e dalla distribuzione finale e successivo smaltimento (10%).

Il contributo del consumo di banane al cambiamento climatico globale è molto minore, tuttavia, del forte impatto che il surriscaldamento del pianeta ha sulla stessa produzione del frutto e sulla vita dei piccoli agricoltori, costantemente messa alla prova da piogge torrenziali, siccità e altri eventi meteorologici estremi che si manifestano con sempre maggior frequenza ed intensità.
Azioni specifiche volte a massimizzare la sostenibilità (ambientale, economica, sociale) delle filiere rappresentano la strada maestra per contrastare le perdite di valore e di produzione conseguenti al cambiamento climatico, dalla cui lotta esistono molte opportunità.

 

Nella foto: lavoratori della cooperativa Coobana, Bocas del Toro, Panamá. Foto di James Rodríguez