Salario dignitoso, una questione di nord e sud del mondo

31 gennaio 2014

Pubblichiamo oggi un contributo di Wilbert Flinterman, Consulente in materia di Diritti dei lavoratori e relazioni con i sindacati di Fairtrade International che contiene una riflessione sull’impegno che il circuito Fairtrade porta avanti per assicurare a lavoratori dei Paesi in via di sviluppo un salario che permetta condizioni di vita dignitose. Il nostro impegno a favore dei diritti dei lavoratori nei Paesi in via di sviluppo non ci fa dimenticare le drammatiche problematiche affrontate da molti lavoratori anche in Italia, a cui è rivolta la nostra solidarietà.
Si può approfondire la strategia di Fairtrade di International sui diritti dei lavoratori qui.

Sono notizia di poche settimane le contestazioni dei lavoratori dei fast food negli Stati Uniti, che hanno protestato a causa degli stipendi insufficienti per coprire le spese di base. Queste come altre azioni simili fanno riflettere su come la distinzione tra Nord e Sud, Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, stia diventando sempre meno rilevante. D’altra parte l’accesso ad un salario dignitoso, ovvero tale da coprire le spese di base per una vita decorosa, è diventato una questione molto dibattuta in tutto il mondo. Come ci possiamo assicurare che le persone che producono il cibo che mangiamo e gli abiti che indossiamo abbiano a loro volta cibo e abiti a sufficienza?

Come ci insegna il passato, ogni dialogo sul salario dignitoso deve necessariamente coinvolgere i sindacati. Senza la voce forte del lavoro organizzato, i progetti portati avanti dalle grosse corporation, aziende e ong diventano soluzioni superficiali e di facciata. La reputazione dei player più influenti si gioca sulla capacità di rispondere ai requisiti sociali minimi, dove le aziende cercano di ridurre il più possibile il rischio per la loro immagine imponendo standard ai propri fornitori all’origine della catena. Tuttavia se la risposta alla necessità di tali requisiti sociali è un modo di salvare la faccia piuttosto che un significativo cambiamento nella vita dei lavoratori, per molti di loro le cose spesso peggiorano invece che migliorare. E senza una chiara voce dei rappresentanti dei sindacati nella filiera globale, le vie d’uscita ai salari troppo bassi sono solo delle operazioni che non considerano gli effetti collaterali negativi. In alcuni casi la cura è addirittura peggiore della malattia.

Si prendano in esame ad esempio due tipologie di processi aziendali in cui gli interessi dei lavoratori spesso non sono presi in considerazione per migliorare le condizioni salariali: l’aumento della produttività del lavoro e la meccanizzazione. Il primo processo, accrescendo il rendimento e abbassando il costo unitario per prodotto, potrebbe assicurare un guadagno aggiuntivo da utilizzare per migliorare i salari. Se l’aumento di produttività venisse acquisito con la riduzione dell’assenteismo o migliorando la pianificazione, gli effetti sul lavoro sarebbero normalmente positivi. Tuttavia non accade così quando la produzione viene aumentata forzando il ritmo di lavoro fino al massimo, cosicché i lavoratori più anziani sono costretti a lasciare la propria occupazione. La meccanizzazione invece è ragionevole dal punto di vista aziendale quando i salari rendono i lavoratori più costosi delle macchine per lo stesso lavoro — ma in questo caso chi rimane potrebbe essere pagato meglio. Accade invece che, vista la scarsità di offerta di manodopera, i licenziamenti che assicura questo tipo di intervento, portano chi ha perso il lavoro all’economia sommersa peggiorandone la povertà.

Soluzioni di questo tipo permettono alle aziende e ai retailer di raccontare ai propri consumatori che la produttività aumenta e che grazie a norme più severe i fornitori hanno potuto migliorare salari per i lavoratori, anche se in realtà i benefici sono arrivati solo ai lavoratori che sono riusciti a salvaguardare il proprio posto di lavoro dopo gli interventi messi in atto.

Dall’altra parte le federazioni dei sindacati e le organizzazioni come Fairtrade International hanno un approccio globale alla questione dei diritti dei lavoratori nelle catene di valore e guardano alla distribuzione della ricchezza lungo tutta la filiera come chiave per migliorare la povertà dei salari.

Contribuire a maggior equità nelle relazioni commerciali è una delle ragioni di esistere di Fairtrade, e riteniamo che un dialogo maturo ed aperto tra il management e i lavoratori più emancipati e le loro organizzazioni sia la strada migliore per risolvere questioni di lavoro. A ciò si aggiunge che il management non ha sempre i mezzi economici per fornire tutte le risposte. Il dialogo sociale pertanto deve riguardare l’intera catena del valore, per garantire che le aziende leader del mercato assicurino ai propri fornitori condizioni di lavoro dignitose, incluso un salario minimo, impedendo quanto descritto più sopra.

In ogni discussione sul salario dignitoso bisogna essere molto specifici e concreti, e agire in particolare su tre fronti, ovvero la remunerazione ricevuta dai lavoratori e il salario medio della regione, la differenza tra il prezzo ricevuto dal fornitore per un prodotto e il prezzo sufficiente per supportare un salario che consente condizioni di vita dignitose per la loro forza lavoro e da ultimo la differenza tra il prezzo retail del prodotto e il prezzo necessario per assicurare che un fornitore possa pagare la propria forza lavoro con un salario dignitoso.

Per negoziare efficacemente per un salario dignitoso e colmare queste lacune, potersi appoggiare a dei sindacati indipendenti è imprescindibile per i lavoratori. Senza rappresentanza autonoma i datori di lavoro non possono essere ritenuti affidabili per la distribuzione dei profitti coi lavoratori oltre al livello di salario minimo legale, dando per scontato che ce ne sia uno.

Abbattere le barriere per i sindacati per poter rappresentare efficacemente i lavoratori è un pezzo essenziale del puzzle per migliorare i salari, sia nel Nord che nel Sud. Lo si può vedere nell’accrescere dell’attenzione generata dagli scioperanti dei fast food negli USA e nei disordini generati tra i retailers in Gran Bretagna dopo la minaccia di un’azione da parte dei lavoratori delle piantagioni di banane in Colombia all’inizio del 2013.

Alla recente Conferenza Europea sul salario dignitoso organizzata dai governi tedesco e olandese Fairtrade ha presentato il progetto sul salario dignitoso e la nuova versione dello Standard sul lavoro dipendente: vedere che discussioni di questo tipo avvengono ad un livello così elevato dimostra che tale concetto è diventato oggetto di interesse comune sulle agende dello sviluppo internazionale. Il prossimo nuovo passo sarà convertire il discorso in soluzioni pratiche che vanno oltre i confini geografici e renderà il salario dignitoso una realtà per i lavoratori di tutto il pianeta.