Scelte che fanno la differenza, davvero

11 ottobre 2016

Qualche giorno fa (tornavo in bicicletta dal lavoro) ho incrociato per strada un uomo: mi ha colpito il contrasto tra la giacca a vento, quasi invernale, che indossava e ciò che calzava ai piedi, un paio di semplici e logore ciabatte infradito.

Usciva dal centro di accoglienza per profughi che è diventata una vecchia caserma dismessa della mia città, siriano probabilmente, a giudicare da una prima occhiata superficiale. E i suoi erano indumenti di fortuna che mal si accompagnavano tra loro, in questi giorni in cui le temperature si sono improvvisamente abbassate.

Come spesso mi capita quando incrocio persone provenienti da paesi in via di sviluppo, vado con la mente nel luogo da cui provengono e col pensiero a Fairtrade. Immagino come sia lavorare da agricoltori dentro un paese in guerra quando anche la minima certezza di avere una strada per trasportare la merce al porto è l’incognita di ogni giorno e dove possedere un pezzo di terra da coltivare significa molto spesso avere soltanto la sicurezza di portare un pasto in tavola.

Guerra, conflitti sociali, lotta per l’approvvigionamento delle risorse: sono questi i contesti in cui lavorano le organizzazioni del circuito Fairtrade in Honduras, uno dei paesi più violenti al mondo; in Perù dove gli agricoltori hanno convertito la produzione di cocaina a cacao, con pesanti ritorsioni da parte dei narcotrafficanti; in Bolivia e Brasile, dove i produttori di frutta secca, nel nome del sindacalista Chico Mendes, combattono a costo della vita contro la distruzione delle foreste.

E così è in molti altri paesi dell’America Latina e dell’Africa da cui spesso le persone tentano di fuggire per cercare una vita migliore o più semplicemente per fuggire dalla violenza. Sono problemi lontani? O sono sotto casa nostra, quando scendendo per strada non è più così strano incrociare persone che escono da una caserma dove stanno trascorrendo il tempo in attesa del riconoscimento di uno status di rifugiato che tarda ad arrivare?

Quando cerchiamo di spiegare perché è importante sostenere il commercio equo certificato, ci troviamo a volte davanti un muro di scetticismo o indifferenza: le persone non credono che semplicemente, scegliendo un caffè rispetto ad un altro, possono davvero incidere nella vita di altre persone dall’altra parte del mondo e che piccoli numeri possano davvero fare la differenza per quei produttori. Ma basta raccontare il lavoro di questi agricoltori e dei contesti in cui operano per restituire anche ai “consumattori” il loro vero potere: nel momento in cui si rendono conto di quanto sia importante il loro gesto di acquisto, cominciano a dare valore alle loro scelte.

Ai consumatori che scelgono Fairtrade e a coloro che lo sceglieranno e lo conosceranno, dedichiamo le Settimane Fairtrade di quest’anno: dal 15 al 30 ottobre si può “votare con il portafoglio” esprimendo la propria preferenza per gli agricoltori che lottano ogni giorno per il futuro dei loro paesi e per una qualità di vita decente per le loro comunità.

Perché il filo che ci lega è molto più corto di quello che possiamo immaginare.