Le piccole produttrici sono (ancora) poche

27 aprile 2015

Donne, mamme, lavoratrici. Spesso dimentichiamo che sono proprio loro a rappresentare quasi metà della forza lavoro impiegata in agricoltura nei Paesi in via di sviluppo, dove si occupano non solo di coltivazioni destinate alla vendita ma soprattutto dell’agricoltura di sussistenza. Banane, tè e cacao sono solo alcune delle principali produzioni in cui sono coinvolte. Eppure le donne, rispetto ai colleghi uomini, possiedono meno terreni e bestiame, e hanno più difficoltà a ricevere credito per sostenere le proprie attività.

L’emancipazione all’interno delle organizzazioni di produttori agricoli per il gentil sesso è tuttora un percorso accidentato e costellato di numerosi ostacoli. E i traguardi raggiunti giorno dopo giorno con coraggio da migliaia di piccole grandi donne, non andrebbero interpretati solo come conquiste personali, quanto invece compresi (e incentivati) nel complesso delle relazioni in cui le stesse sono inserite. Di questo parla lo studio “Equal harvest”, diffuso lo scorso marzo, in occasione della Festa della donna, da parte della Fairtrade Foundation, l’organizzazione parte del network internazionale del commercio equo Fairtrade che opera in Gran Bretagna.

All’interno del circuito internazionale di certificazione del commercio equo, le donne rappresentano ancora solo il 25% della forza lavoro delle 1210 organizzazioni totali, in 76 Paesi di Asia, Africa e America Latina. Le ragioni sono molteplici: dallo studio emerge con chiarezza che i principali ostacoli al loro coinvolgimento attivo all’interno dei gruppi di produttori agricoli sono vincoli di tipo legale, sociale e culturale. Ad esempio, per diventare soci nelle cooperative è richiesto il possesso di terreni – che le donne in molti casi non hanno. E anche per coloro che riescono ad entrare nelle organizzazioni, le dimensioni delle proprietà sono determinanti per raggiungere dei ruoli manageriali, poiché, di nuovo, i rappresentanti vengono scelti su questa base. A ciò si aggiungono poi le barriere socio-culturali legate alle comunità di appartenenza: dalle donne ci si aspetta che si occupino delle mansioni domestiche, ovvero di lavoro in gran parte non retribuito. L’età, lo stato civile, l’educazione (mancata), sono altri elementi che talvolta disincentivano l’interesse a partecipare alle realtà produttive. Eppure, basterebbero poche agevolazioni perché diventi più facile per le donne accettare carichi di lavoro pesanti e far fronte alla disapprovazione dei familiari.

Lo studio racconta inoltre come la partecipazione delle donne nei gruppi di agricoltori funga da stimolo all’aumento della produttività, favorisca lo sviluppo delle comunità e rappresenti una buona occasione per il lancio di nuovi prodotti o linee di prodotto. E sono gli uomini stessi a riconoscerlo. Come quel coltivatore di cotone indiano che, intervistato in occasione dello studio, ha dichiarato che le donne dovrebbero essere agevolate nell’acquisire posizioni di leadership “perché sono più disciplinate e organizzate e sanno gestire meglio le situazioni, dove invece gli uomini gareggiano tra loro e danno spazio al proprio ego”.

Gli Standard Fairtrade prevedono che all’interno delle organizzazioni di piccoli produttori non vi siano discriminazioni di genere, e stimolano i gruppi ad identificare le minoranze, con particolare attenzione alla questione femminile. Le organizzazioni sono poi invitate a sviluppare programmi dedicati all’emancipazione sociale ed economica. Inoltre il Fairtrade premium, ovvero il margine di guadagno aggiuntivo che viene pagato ai produttori per avviare progetti di emancipazione sociale, viene investito in progetti di cui anche le donne beneficiano, come assistenza per i figli e corsi di formazione per diversificare le entrate.

“Fairtrade significa empowerment e sviluppo. Lavoratori e lavoratrici trasformano situazioni profondamente radicate nelle loro culture passo dopo passo, per costruire un futuro migliore per sé stessi, le proprie famiglie e le comunità”, ha dichiarato Marike De Peña, presidente di Fairtrade International, direttore di una cooperativa di banane in Repubblica Dominicana e Ambassador di WE – Women for Expo. Un messaggio di grande speranza, lanciato in un giornata, l’8 marzo, che ricorda come le conquiste sociali, economiche e politiche di lavoratrici dell’inizio dello scorso secolo siano quanto mai attuali.

Questo articolo è apparso originariamente su Expo Net.